Innamorarsi di Istanbul in 4 giorni

Istanbul

Istanbul non si conquista: perché è lei la vera conquistatrice. Esiste solo un modo per impadronirsene. Lasciarsene impadronire.

Istanbul, Franco Cardini

  Quattro giorni, si sa, non sono mai abbastanza per conoscere davvero una città, fosse anche la più piccola. Quando la città è Istanbul, con i suoi 14 milioni di abitanti, poi, è pressoché impossibile, ma ci si può innamorare di lei incondizionatamente. Se decidete di fidarvi di questo racconto e prenotare una vacanza per la città più europea dell’Oriente, ecco alcuni consigli pratici che mi sento di dare. Esistono due compagnie aeree che volano da Milano a Istanbul: la Pegasus Airlines, compagnia low cost con partenza da Bergamo e arrivo all’aeroporto secondario Istanbul Sabiha Gokcen, oppure la compagnia di bandiera turca, la Turkish Airlines, fra le migliori in Europa, che parte da Malpensa e arriva a Istanbul Ataturk, ottimamente collegato al centro città. Io e i miei cinque compagni di viaggio abbiamo optato per quest’ultima soluzione e con 260€ siamo partiti alle 8.30 del mattino del sabato e siamo rientrati alle 23 del martedì sera, perdendo quindi giusto una mezza giornata iniziale di vacanza. Si paga leggermente di più, ma le combinazioni orarie che si possono scegliere sono tantissime e si gode di un ottimo servizio a terra e a bordo – non vedevo un menu per la scelta del pasto sull’aereo da anni, mi sono quasi commossa. Istanbul essendo una città gigantesca offre migliaia di possibilità per alloggiare e ancor di più per mangiare. Dopo una scrupolosa ricerca abbiamo deciso di prenotare al Taximist Hotel, vicinissimo a piazza Taksim, una delle principali della “parte nuova” della città, Beyoglu, quartiere vivissimo e perfetto per cenare la sera e adatto allo shopping di giorno – lontano soprattutto dalle principali moscheee della città che alle 5 del mattino prevedono la prima preghiera con conseguente richiamo del muezzin dall’autoparlante. Questo piccolo hotel è stata una scelta azzeccatissima: personale gentilissimo, presente 24/24h, camere carine, luminose e dotate di bagno privato con mega doccia, set di cortesia, tv e mini bar. La colazione era inclusa nella nostra tariffa e assolutamente accettabile come proposta, sebbene modesta. Unica pecca, ma che non mi farebbe cambiare idea sulla scelta, è che le pareti dell’hotel sono sottili e un po’ di macello, soprattutto nella notte fra il sabato sera e la domenica, si è sentito. Tutta la città poi è molto rumorosa fino a notte fondissima, quindi anche le migliori finestre non fanno miracoli contro feste, musica e clacson senza posa – io ho dormito, comunque, quindi si può fare. Nonostante fosse novembre, 8-11, siamo stati particolarmente fortunati a livello meteorologico. Quattro giorni di sole e temperature sopra i 20 gradi sempre, tanto che giravamo con abbigliamento leggero, pranzavamo all’aperto e anche di sera abbiamo goduto di aperitivi e drink dopo cena con vista mozzafiato dalle splendide terrazze tipiche della città sempre all’aperto. Insomma, per godersi appieno i colori di Istanbul e i panorami impagabili, meglio scegliere la primavera o l’estate per non doversi affidare alla fortuna come abbiamo fatto noi – anche perché il sole in questo periodo cala molto presto e alle 16.30 è già sera.

Istanbul

Suleyemaniye Camii, Istanbul

Fatte queste considerazioni pratiche, ecco i posti da non perdere che elenco seguendo il nostro itinerario di viaggio: PRIMO GIORNO: se come noi optate per un hotel nella parte nuova della città, dopo aver posato le valige si può iniziare a scoprire il quartiere di Beyoglu davvero bello e variegato scendendo verso il mare attraverso Istiklal Caddesi, un po’ il Corso Buonos Aires di Istanbul, ma mille volte più incasinato da luci, rumori e persone in ogni dove. Giunti quasi alla fine del corso è necessaria la “tappa tramonto” da godersi dal 360, forse il bar più famoso della città, con la sua splendida vista dalla terrazza all’aperto e l’arredamento moderno e accattivante. Da qui si gode del sole che scende dietro le moschee di Sultanahmet, che appena buio sono meravigliosamente illuminate e stagliate sullo sfondo blu della notte che scende veloce. Stupefacente. Da qui noi siamo scesi poi verso al Torre Galata e abbiamo gironzolato nelle viuzze intorno, davvero carine e bohemien con bar e negozi interessanti. Consiglio la tappa da Aponia, negozio di tshirt e varie, molto hipster come piace tanto a noi milanesi. Arrivata l’ora di cena ci siamo diretti in Minare Sokak, la via che ospita una serie di ristoranti e bar stupendi e dove c’è anche Antiochia, il piccolo, ma curatissimo, locale con cucina anatolica che avevamo già prenotato da casa (meglio sempre assicurarsi un tavolo con anticipo nei ristoranti che volete provare). Che dire: meze gustosi (i meze sono gli antipasti tipici turchi che si trovano, diversi, ovunque), piatti principali super saporiti e dessert tipici in un ambiente davvero piacevole. Personale gentilissimo e non si spende, bevendo birra e mangiando almeno 3 portate, più di 20€. Prima di ritornare all’hotel consiglio un giro nelle vie intorno e magari un ultimo bicchiere della staffa in uno dei moderni bar che il sabato sera vanno avanti a lavorare fino a tardi – cosa che non accade la domenica quando alle 23 chiude tutto. SECONDO GIORNO: visto che il lunedì non è tutto visitabile, la domenica è stata scelta per andare a Sultanahmet, il quartiere delle moschee e dei bazar. Appena giunti nella parte vecchia di Istanbul siamo stati subito alla Moschea Blu, pazzesca da fuori, bella dentro, ma meno imponente di quello che ci si possa immaginare. Seconda tappa Aya Sofya, ex moschea ora trasformata in monumento, assolutamente imperdibile. Prima di pranzo, poi, rigenerati da un’ottima spremuta di melograno fatta al momento dai venditori ambulanti, siamo stati alla Cisterna Basilica, la più grande cisterna di epoca bizantina esistente in città, un palazzo sotterraneo adibito a riserva d’acqua, oggi casa di centinaia di gigantesche carpe. Molto suggestivo. Per pranzo abbiamo optato per uno storico locale famoso per le sue pide, la pizza turca servita per lo più con pollo e agnello, e siamo stati da Hocapasa Pidecisi, Hocapasa Sok. No.19. L’impatto forse è un po’ forte in una via all’apparenza super turistica e non proprio raccomandabile, ma la “pizza” era buona e siamo stati molto bene mangiando ai tavolini all’aperto. Il pomeriggio è stata la volta del palazzo Topkapi, quella che fu la sede dell’impero ottomano. Preparatevi a camminare un bel po’, la struttura è gigantesca e servono almeno 3 ore per girare palazzo e harem, ma state attenti che chiude alle 17 (l’harem addirittura alle 16), quindi fate bene i conti – noi li abbiamo fatti male e non siamo riusciti a entrare all’harem. Usciti dal mega palazzo ci siamo diretti, passando per il porto e superando a piedi il ponte che divide le due sponde della città, di nuovo a Beyoglu per andare a fare un necessario e rigenerante aperitivo al Robin’s, locale con terrazza panoramica, proprio di fronte alla Torre Galata. Vista pazzesca in un posto che se ci fosse a Milano bisognerebbe prenotare con settimane di anticipo. Dopo l’obbligatoria tappa in hotel per recuperare le energie, siamo stati a cena in uno dei locali più in voga della città: Meze by Lemon Tree. Posto molto carino, abbiamo mangiato benissimo – meze uno più buono dell’altro (tranne le alghe, che si potevano non prendere) e modica cifra per il tenore del locale: €26 per 3 portate e birra. Verrei sempre a cena a Istanbul…

I meze al Meze by Lemon Tree, Istanbul

I meze al Meze by Lemon Tree, Istanbul

TERZO GIORNO: Essendo i bazar chiusi la domenica, il lunedì siamo ritornati a Sultanahmet per visitare Gran Bazar e Bazar delle spezie. Divertenti e affollatissimi, non si posso perdere per fare ottimi affari e portarsi a casa le tipicità della città. Da non perdere anche le due moschee che in assoluto a noi sono piaciute di più: la piccola e “segreta” Rustem Pasa  Camii, un vero gioiello adornata da splendide piastrelline di ceramica, e la imponente Suleyemaniye con i suoi giardini e i suoi colori. Fatte anche queste due tappe “religiose” finalmente era ora del pranzo e abbiamo scelto di provare quello che è definito il miglior kepap della città all’Hamdi Restaurant. Forse il kepap non è poi così memorabile, o almeno fra noi i pareri sono stati discordanti, ma la vista di cui si gode mangiandolo vale il prezzo del pranzo (basso comunque, credo non sopra i 12€). Essendoci arrivati un po’ tardi, abbiamo finito di pranzare che era quasi ora del tramonto e da qui è stato eccezionale con il sole che scendeva dietro le moschee e sul porto con la Torre Galata illuminata dai raggi. Vale la pena. Nelle restanti ore del pomeriggio siamo tornati a Beyoglu alla scoperta dei graziosissimi quartieri che si estendono fra Istiklal (la via dello shopping) e il mare: Cukurcuma e Cihangir, con i loro bistrò e i negozi di abbigliamento vintage e antiquariato, praticamente una piccola Parigi che noi abbiamo letteralmente adorato. Consiglio una pausa merenda al Caylak Cafè (Kuloglu Mahallesi Agahamami Sokak No:24/A), il bar che mi manca a Milano. Per la cena abbiamo voluto provare un’esperienza veramente istanbuliota, ma non tutti noi sono stati felici (io sì) e abbiamo prenotato in una caotica e autentica taverna tradizionale: Cukur Meyhane (TurnacIbasi Caddesi Kartal Sokak No.1/A Galatasaray | Beyoğlu), dove abbiamo mangiato altri meze e una serie di piattini di pesce davvero particolari circondati da gatti, caos, praticamente in uno scantinato adibito a sala ristorante – può non piacere, ma è da provare secondo me. Essendo l’ultima sera abbiamo deciso di chiudere con il botto andando a bere sulla terrazza di uno dei locali più lussuosi della città, il Mikla, conosciuto anche e soprattutto per il suo rinomatissimo ristorante (magari la prossima volta ci ceniamo pure). Anche questa volta essendo il clima mite abbiamo bevuto all’aperto godendo di una vista senza pari su Sultanahment e le moscheee. Qui i prezzi dei cocktail sono milanesi, fra i 10 e i 12€.

ceramiche istanbul

Ceramiche di Iznik, Rustem Pasa Camii

QUARTO GIORNO: Ultimo giorno dedicato alla crociera sul Bosforo che era giusto fare, ma onestamente è molto meno esaltante delle aspettative. Per questo alla seconda fermata del battello sulla sponda asiatica della città, abbiamo deciso di scendere per tornare in Europa tramite un autobus che si prende comodamente appena scesi all’attracco e poi la metro “sott’acqua” che riporta al di là del ponte. Secondo me ottima scelta perché dal bus abbiamo potuto apprezzare il lato asiatico della città con le sue ville di lusso e i caratteristici quartierini con immancabili moschee ovviamente. Per pranzo poi siamo tornati accanto alla moschea di Suleyemaniye per mangiare nel cortile del grazioso ristorante Daruzziyafe dove abbiamo mangiato un ottimo kepap bevendo the chai. Dopo pranzo un ultimo giro al Gran Bazar prima di tornare all’hotel, caricare le valige e raggiungere l’aeroporto per tornare a casa. Un viaggio bellissimo, reso ancor più bello dalla compagnia – Ivan, Viviana, Lollo, Cristina e Roberto – e dal meteo favorevole che ci ha permesso di vivere appieno una città magica. DA RIFARE.

Ponte di Galata

Ponte di Galata

Parigi: una mini guida gourmet

buvette parigi

Lo ammetto, prima di partire per l’ennesimo week end a Parigi (città che amo), questa volta ho studiato approfonditamente.
Volevo che la vacanza avesse un sapore diverso dal solito, quello della cucina francese migliore. E così mi sono affidata alle guide più autorevoli, ai più quotati blog, ho letto le pagine food dei famosi giornali nazionali e ho stilato una lunga lista di “have to be”.
Ovviamente non abbiamo potuto visitare tutti i posti che avremmo voluto, soprattutto perché molti sono chiusi nel week end, oppure approfittavano del periodo di festa per ristrutturare i locali. Ma non ci siamo fatti mancare nulla e questa è una piccola guida per mangiare bene a Parigi che convincerà anche i più scettici sulla cucina francese – se ce l’ho fatta con il mio amico Lollo, vuol dire che si può fare.

A PRANZO:

Roca, 31 rue Guillaume Tell (+33 01 47648604) – 17°
Metro per raggiungerlo: Porte de Champerret (3), Pereire (3) – chiuso il sabato e la domenica

Restaurant Roca

Era nella mia lista, ma non avevo immaginato fosse proprio nella strada dietro il nostro hotel. E così appena giunti in terra parigina e aver lasciato le valigie in albergo, ci siamo diretti a pranzo qui, un bistrot moderno davvero elegante e piacevole – non avevamo prenotato e abbiamo avuto fortuna, ma a Parigi capita raramente, quindi meglio telefonare in anticipo.
Quasi nascosto, senza grosse insegne a segnalarne la presenza, si compone di 3 piccoli ambienti, finemente arredati con legno chiaro alle pareti e tavoli scuri a contrasto, con un grande e luminoso bancone proprio in entrata. Il personale è gentilissimo (incredibile, no?), il servizio non è rapidissimo, ma preciso. Ordinazioni e bevande ci sono state servite dal proprietario, Julien Ross, e un cameriere, mentre i piatti di portata ce li ha serviti direttamente lo chef Alexandre Giesbert (gesto che ho apprezzato molto, e non solo perché un gran figo). Il menu conta circa 3/4 piatti suggeriti come antipasti, altrettanti come piatti principali e dessert. Ma non fatevi ingannare: le dimensioni delle entree francesi sono diverse e più abbondanti dei nostri antipasti, quindi potreste saziarvi anche solo con una zuppa del giorno, considerata appunto un antipasto.
Noi sei abbiamo preso un piatto a testa: una zuppa, una tartare e quattro piatti d’anatra – la migliore mangiata a Parigi -, accompagnati da una ottima bottiglia di vino, spendendo 21 euro a testa.

roca paris

Ingredienti freschi, buoni, piatti ben presentati che non avevano nulla da invidiare a quelli di un ristorante di lusso. Davvero un’ottima esperienza, votata da tutti come la più soddisfacente della vacanza. Sicuramente una validissima alternativa anche per la cena. Ci ritornerò!

Buvette Gastrotheque, 23 rue Henry Monier (+31 01 44634171) – 9°
Metro per raggiungerlo: Pigalle (2, 12), Saint-Georges (12) – chiuso il lunedì

buvette parigi

Un locale carinissimo dallo stile rustic chic che non ha deluso le grandi aspettative che c’eravamo fatti leggendo ovunque di lui. Fratello francese di Buvette New York (il proprietario dei locali è il manhattaniano Jody Williams), qui si respira un’aria davvero country e spensierata, ma sempre elegante e curata in ogni dettaglio. Mattoni a vista, ceramiche alle pareti, paglia e cassette di legno con gli ingredienti freschi del giorno intorno al bancone imbandito di ogni ben di dio, questo bistrot merita una visita. Anche qui il menu non è ricchissimo di proposte, molti piatti sono a base di uova e ingredienti come salmone, lardo, prosciutto serviti con cetriolini, cipolline e pomodori. Immancabili le zuppe, le insalate, molto ricche e la parmentier, una specie di lasagna tipica francese. Ottimi i dolci.

buvette parigi

Noi abbiamo provato la tarte tatin, la mousse chocolat e la gauffre con Nutella in porzioni decisamente generose. Con il caffè poi, ci sono stati offerti dei dolcetti eccezionali al cioccolato. Mangiando quindi un paio di piatti a testa, sebbene non proprio tutti noi, e bevendo una bottiglia di ottimo vino (fornitissima anche la lista dei drink di cui il locale va molto fiero), anche qui la spesa è fra i 15 e i 20 euro. Le porzioni non sono giganti dei piatti principali, ma ricche, quindi sufficienti per uscire sazi e contenti. Consigliatissimo da fare qui il brunch della domenica. Il locale è molto piccolo, meglio prenotare.
Buvette è stato segnalato anche dalla autorevole guida Le Fooding e premiato per il 2014 come “The Place Fooding is Most in Love with this Year”. Un altro grande che ha scritto di Buvette è David Lebovitz, che se non conoscete vi consiglio di scoprire, magari partendo proprio dal suo articolo su questa meravigliosa chicca di Parigi. Vi ho convinto a provarlo?

Eggs and Co., 11 rue Bernard de Palissy (+31 01 45440252) – 6°
Metro per raggiungerlo: St. Germain-des-Pres (4) – sempre aperto a pranzo

eggs and co. paris

Come dice il nome stesso, qui si mangiano uova. Ma proprio in tutte le salse. Ci sono circa 20 proposte di abbinamenti di ingredienti come prosciutto, cipolle, pomodori, formaggio, spinaci, che si possono chiedere in 4 tipi di preparazioni diverse: all’occhio di bue, omelette, scrumbled o cocotte, cioè servite in un terrina cotte al forno. Tutti i piatti sono accompagnati da patate e insalata e un piatto, vi garantisco, è un pasto più che completo.
Il locale è graziosissimo, con tavoli e sedie di legno bianco, galline un po’ in giro e anche qui il country la fa da padrone, ma più ruspante di Buvette, più “gigione”. Lo staff è davvero gentile e disponibile nel raccontare tutte le proposte in menu e del giorno. Ci sono diverse formule brunch per chi pensasse di non saziarsi con un unico piatto, ma volendo aggiungerci anche del caffè, dei pancakes, delle torte o della frutta. Io non ce la farei, ma i più coraggiosi con 24 euro possono provarci.

eggs and co.

Noi dopo il pranzo abbiamo optato per il caffè o un ottimo the alla menta che ci sono stati serviti con marshmallow ricoperti di cioccolato.
Per gli amanti delle uova sicuramente una tappa obbligatoria, per me ad esempio era già la seconda volta quest’anno.

L’As du Fallafel, 34 Rue des Rosiers (+33 01 48876360) – 4°
Metro per raggiungerlo: St. Paul (1) – chiuso venerdì a cena e sabato

l'as du fallafel

Siamo in pieno Marais, quartiere ebraico e gay friendly. Una delle zone di Parigi che preferisco, piena di contrasti: negozi di beauty e abbigliamento che ricordano Soho, e poche vie più in là le boulangerie ebree e le rosticcerie che emanano odori di ogni genere e tipo. La più famosa di queste è certamente L’As, dove mangiare i migliori falafel di Parigi (suggeriti anche da Lenny Kravitz, come suggeriscono foto e scritte sparse per il locale). Posto acclamatissimo, preparatevi la domenica a fare una lunga fila per entrare (organizzata da un bruto che assomiglia al cantante Pitbull ma che al posto del microfono vanta auricolare e radiolina da buttafuori) e quando ce l’avrete fatta, non pensiate di riposare le natiche più di mezz’ora: il vostro tavolo sarà già stato assegnato ai prossimi appena avrete posato la forchetta. Però ne vale la pena. Una pausa che di gourmet ha poco, ma di gusto assai tanto. Io ho provato la classica pita con il pollo fritto e non sono rimasta delusa. Chi ha provato i falafel poi, li ha addirittura ripresi. Insomma una zozzeria divertente che bisogna provare.

Marcel, 1 Villa Leandre (+31 01 46060404) – 18°
Metro per raggiungerlo: Lamarck-Caulaincourt (12) – sempre aperto, il sabato e la domenica fino alle 19 per il brunch

marcel paris

Noi qui purtroppo ci siamo fermati solo per la merenda – mangiando comunque una apple pie pazzesca e provando una key lime pie veramente innovativa- ma Marcel merita soprattutto per il suo famoso brunch nel week end e per i gustosi piatti che la piccola, ma ricca, carta propone. Ambiente totalmente hipster con piccoli tavoli super essenziali uno accanto all’altro, bancone un po’ buio post industriale, bagno arredato come una volta con lavandino che assomiglia più a un lavabo per i panni e pareti color ottanio, questo è uno dei locali che più preferisco per stile e carattere.

marcel paris

Non manca, ovviamente, la piccola dispensa/bottega dove comprare pochi, ma buoni prodotti gourmet, e nemmeno uno splendido bulldog, manco a dirlo francese, che si aggira libero fra i tavoli. Io un posto così lo vorrei a Milano e probabilmente sarebbe il mio posto della vita. Servizio non particolarmente solerte, ma forse anche per il fatto che fosse un orario un po’ strano quello in cui ci siamo fermati qui. Non più ora della merenda, non ancora orario di cena, al bancone c’era solo un ragazzo che ci ha lasciato abbastanza “liberi” (non c’ha molto calcolato, ecco). Voglio assolutamente tornaci alla prossima occasione per approfondire i meravigliosi piatti proposti di carne, pesce e patatine, sandwich e zuppe del giorno. Da rifare!

CENA:

Les Papilles, 30 rue Gay-Lussac (+31 01 43252079) – 5°
Metro per raggiungerlo: Odéon (4), Cluny – La Sorbonne (10) – chiuso la domenica

les papilles paris

Segnalato davvero ovunque, anche in J’aime Paris, la guida al meglio di Parigi di Alain Ducasse, questo bistrot è unico nel suo genere. Vineria di lusso, ma non nell’aspetto quanto nei prezzi dei vini proposti, qui si respira un’atmosfera da film francese d’epoca. Tavoli di legno, piatti di ceramica e bicchieri lavorati, un bancone che giurerei d’aver visto nel Meraviglioso mondo di Amelie: tutto contribuisce a costruire l’immagine sfuocata di un posto davvero interessante. MIx surreale di colori e odori, Les Papilles merita una visita, sebbene consapevoli che potrebbe non esser il ristorante per tutti. Il menu, infatti, è fisso, e non c’è possibilità di sostituire i piatti, eventualmente solo rifiutarli e scambiarli con una semplice insalata verde.

les papilles

Si parte dalla zuppa, nel nostro caso zuppa di cavolfiori servita con pancetta croccante, crostini tostati e creme fraiche, si continua con l’anatra arrosto con patate e verdure e spezie varie, si passa poi al formaggio servito con confettura di prugne (ottimo), pe concludere con un dolce a metà fra una creme brulee e un tarte tatin. Pancia non piena, di più, il tutto per qualcosa più di 30 euro il menu, ma con l’aggiunta del vino che ci ha portati a 43 euro di spesa a testa.
Tutto era molto buono, gli ingredienti prelibati e ben lavorati, ma certamente non per forza tutto può esser di gradimento a chiunque. Consiglio perciò, a chi volesse fare questo tuffo nella cucina genuina francese, un po’ di spirito di adattamento e, come me, tanta curiosità che non rimarrà delusa.
Necessario prenotare. Il locale è molto frequentato, anche da celebrità e dai parigini stessi.

Mama Shelter, 109, rue De Bagnolet (+33 01 43484848) – 20°
Metro per arrivarci: Gambetta (3, 3 bis), Philippe Auguste (2) – sempre aperto

mama shelter paris

Situato in una zona per nulla interessante, arredato da Philippe Stark, questo locale è pazzesco. Assolutamente il posto che manca a Milano dove mangiare piuttosto bene (senza esagerare ma a prezzi onesti), in un ambiente bellissimo, chic, di classe, ma hipster quanto basta con il calcetto, un palco con gli strumenti musicali (perché nel week end si suona pure) e una cucina a vista con padelle appese sul soffitto. Divani, sedie di design (alcune veramente stupende), bancone dove bere o mangiare uno spuntino proprio nel centro, zona adibita a pizzeria di lusso, un piccolo ambiente riservato a gruppi di grandi dimensioni, bagni così belli che valgono un paio di puntate durante il corso della cena, questo posto è perfetto per una serata fra amici, così come per un appuntamento a due, o una cena d’affari con la cravatta allentata. Qui si incontrano i parigini più “in” nonostante siamo ben lontani dal centro città – e non vicinissimi nemmeno dalla metro.

mama shelter parigi

Noi ci abbiamo cenato e siamo rimasti soddisfatti dei nostri piatti unici a circa 20 euro l’uno. Il vino non era un gran che, ma si sono dimenticati di farcelo pagare. Dolci buoni, caffè serviti con il cucchiaino di biscotto edibile. Tavola impeccabilmente arredata, pane di una bontà sconfinata, servito con burro a parte. Non ho proprio nulla da dire di male su questo locale adiacente all’hotel della stessa compagnia che vorrei anche a Milano. Solo non aspettatevi la qualità degli altri posti segnalati in fatto di cibo – la cucina proposta è francese rivisitata e fusion – sebbene sia fra i posti consigliati da Ducasse sempre in J’Aime Paris. Qui si viene per rifarsi gli occhi e passare una serata un po’ fighetta.

Spero che questi consigli siano utili a tutti quelli che vogliono vivere una Parigi saporita e bellissima, magari affezionandosi alla cucina francese come (quasi – vero Lollo?) abbiamo fatto noi.

Salento per cinque

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tramonto a Santa Maria di Leuca

Ahimè le vacanze sono finite ed è il momento di fare spazio ai ricordi. Come fu per il Portogallo, ho deciso di ripercorrere qui il mio recente viaggio in Puglia.
Questo post non varrà come la Lonely Planet (che anche questa volta ha fatto egregiamente il suo servizio) e non mira a voler segnalare “i migliori posti dove” fare questo o quello (anche perché non ho potuto fare tutto). Questo è solo un racconto che può far piacere a chi c’è stato, o che, in case of, può tornare utile a chi ci andrà.

Cominciamo dai numeri: 5 viaggiatori, 8 giorni di vacanza, 1600 km percorsi in auto fra il Salento che affaccia sull’Adriatico e quello sullo Ionio, 15 città visitate e almeno una decina di spiagge, 8 ristoranti provati (6 approvati) e altrettanti vini sorseggiati, 2 bed&breakfast come casa-base. Tanto relax e divertimento.

Cisternino

Cisternino

Il nostro viaggio è iniziato da Cisternino, il borgo (uno dei più belli d’Italia – e ho scoperto che in Puglia ce ne sono ben 10 di questi) famoso in tutto il Salento per la carne alla brace. Noi siamo arrivati in centro proprio per l’ora di pranzo e ne abbiamo ovviamente approfittato per mangiare in uno dei famosi fornelli, botteghe dotate di forno a legna sui cui cuoce la carne che ti scegli direttamente dal bancone e puoi gustare in loco. In particolare ci siamo fermati all’Osteria Macelleria Porta Grande dove ci hanno accolto nonostante fossero quasi le 15.30, per gustare una bella grigliata mista. Esperienza interessante e il paese è davvero bellino: fa molto cashba, tutto bianco, e si gira in un attimo.
Cisternino è stata anche la nostra prima casa-base: abbiamo soggiornato in uno splendido b&b, La Corte del Camedrio (contrada Specchiaruzzo), formato da un insieme di trulli in aperta campagna. Suggestivo di giorno quanto di sera, è gestito da una famiglia molto cordiale che ci ha trattati davvero bene, non facendoci mancare nulla. Io ho adorato in particolare la piscina, rifugio perfetto dal grande caldo che già al mattino alle 8 cominciava a farsi sentire. Il Camedrio è la base ideale per un viaggio in valle d’Itria.

B&B Corte del Camedrio

B&B Corte del Camedrio

La sera, dopo aver trascorso la fine del pomeriggio in spiaggia a Punta Penna Grossa – decisamente nulla di che, sebbene all’interno della famosa riserva di Torre Guaceto – abbiamo visitato Locorotondo (altro fra i borghi più belli d’Italia). Già dal nome si può intuire che il paesino si snoda in un dedalo di vie in maniera circolare intorno a un piccolo centro. Un posticino grazioso. Qui, purtroppo, non abbiamo avuto un’esperienza gastronomica interessante. Abbiamo cenato alla Trattoria Centro Storico che si forgiava d’esser pluripremiata, ma sinceramente a nostro parere mediocre.

Il secondo giorno abbiamo trascorso la mattinata ad Alberobello, con le sue 1500 casette a trullo (Patrimonio dell’Umanità UNESCO) che tutto il mondo, giustamente, ci invidia. Un posto meraviglioso, fuori dal tempo, una tappa assolutamente d’obbligo se siete in valle d’Itria. Il pomeriggio, invece, è stato tutto marittimo a Capitolo (Monopoli): spiaggia sabbiosa e mare di tutti i blu possibili, un paradiso.
La sera, poi, è stata la volta di Ostuni. Un altro posto che solo l’Italia può vantare. Città bianca e stupenda, suggestiva e romantica, ci è piaciuta tantissimo. Aperitivo da Riccardo, un american bar ricavato in una grotta che si snoda però anche tutto intorno alla sala interna nella via dove ci si siede su grossi cucscinoni (bellissimo!) e cena alla Taverna della gelosia, un ristorante che è un gioiellino con la sua terrazza immersa fra le piante, sedie di ferro battuto bianche, bicchieri in ceramica e sottopiatti in vimini. Qui abbiamo mangiato alcune fra le cose più sfiziose di questo viaggio (da provare l’antipasto della casa composto da diverse specialità) e di certo abbiamo bevuto il miglior vino, Primitivo di Manduria Dop Elegia. Se passate da Ostuni, vale proprio la pena una cenetta lì (meglio prenotare).

Il terzo giorno, purtroppo, il meteo non era dalla nostra. Pioveva e abbiamo colto l’occasione per andare a visitare le Grotte di Castellana, anche queste notevoli. Noi abbiamo scelto il percorso lungo, circa 3 km fra andata e ritorno, ma l’unico che porta alla grotta bianca, la più bella.  Dopo tanto camminare ci siamo concessi la pausa pranzo in quel di Putignano, altro grazioso paesino della zona (famoso per il suo carnevale), dove con pochi euro abbiamo mangiato alla Rosticceria Fantasia dopo esserci un po’ persi fra le caratteristiche viuzze del centro.

tramonto a Tenuta Moreno

tramonto a Tenuta Moreno

La sera è stata la volta di Mesagne, paese a 14 km da Brindisi. Siamo venuti fin qui perché prima del giretto nel paese, abbiamo cenato al ristorante del Gran Hotel Tenuta Moreno, un posto a cui sono particolarmente affezionata. Una antica masseria nella più selvaggia campagna salentina, fra ulivi secolari e piante di fichi (qui c’è il più grosso ficheto della Puglia che conta 40 specie differenti) dove ho avuto la fortuna di soggiornare pochi mesi fa per lavoro e sono tornata con grande gioia. La cucina è gestita dallo chef Vicenzo Elia, che anche questa volta, ha rallegrato i nostri palati con 8, e dico 8, portate di pesce una più deliziosa dell’altra. La cortesia assoluta dello staff di questo posto fa sentire i propri ospiti come a casa, ma in una casa a 5 stelle, e per questo ringrazio ancora Pierangelo, il proprietario di Tenuta Moreno, e tutti i suoi collaboratori. Bellissimo posto, splendida serata, non vedo l’ora di tornarci di nuovo.
Anche Mesagne comunque merita una visita. Il centro è grazioso e molto luminoso con tanti localini dove bere l’ultimo bicchiere prima di andare a dormire – noi abbiamo scelto lo Splendid bar (ex 22) con Alessandro ed Eleonora i nostri insider pugliesi preferiti.

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spiaggia di Capitolo

Il quarto giorno subito dopo colazione abbiamo raggiunto Nardò, la nostra seconda casa-base. Qui abbiamo soggiornato al b&b in mezzo alla campagna, l’Aia di Spiridione, posticino carino (molto gentile la proprietaria), ma abbiamo sofferto la mancanza di una piscina come quella del camedrio e il cambio biancheria che non avveniva tutti i giorni.
Da qui in poi le nostre giornate sono state soprattutto dedicate al mare, mentre la sera si girava per città. Le migliori spiagge che abbiamo visto sono state sicuramente Punta Suina (spiaggia mista sabbia e scogli – un paradiso), la spiaggetta di Palude del Conte (sabbia, Punta Prosciutto) e la spiaggia, ancora sabbiosa, di Marina di Felloniche (Santa Maria di Leuca). Molto bello, ma purtroppo troppo affollato quando siamo stati noi, Porto Selvaggio – da evitare nei giorni di Ferragosto.
Le varie serate invece sono state così ripartite: la prima sera salentina abbiamo cenato con “amici locali” (simpaticissimi Evandro e Rosa) a Manduria al ristorante La corte dei vescovi. Un bel posto lontano dal centro, molto frequentato (meglio prenotare), dove sia gli antipasti vai che la pizza si sono rivelati molto buoni.
La seconda serata salentina è stata tutta per Gallipoli, classica città di mare. Simpatica, genuina. Qui abbiamo cenato in un piccolo ristorante centralissimo, Adamo – Pane Olio e Fantasia, dove in un piccolo menu si può scegliere fra piatti di terra e di mare semplici ma gustosissimi. Molto consigliato.
La terza sera, quella che si affacciava sul mio compleanno, l’abbiamo trascorsa a Otranto, altro gioiello del Salento. La città più a Oriente d’Italia è un vero formicaio: pieno di persone, di luci, di rumori che la rendono suggestiva e divertente. Da vedere senza dubbio – magari senza zeppe di 15 cm come le mie visto che è tutta un saliscendi e le viuzze sono di pietre liscissime. Molto carini i localini sui bastioni dove bere vista mare.

le luci di Otranto by night

le luci di Otranto by night

La sera del mio compleanno (e quello di Paola, altro membro del tour), invece, non si poteva far altro che godere della notte della taranta in quel di Lecce: città incredibilmente bella in tutta la sua barocchitudine (neologismo per dire che è 100% barocca e arzigogolata). Cena degna dell’occasione all’Osteria degli Spiriti, locale che mixa tradizione (al limite del kitsch con varie croci e maschere che affollano tutta una parete) ed eleganza con tavole apparecchiate impeccabilmente e candele a rendere so chic l’atmosfera – anche qui indispensabile prenotare. Per questa cena meravigliosa ringrazio ancora tanto i miei compagni di viaggio Marco, Roberto e Ivan – siete stati così teneri! – che ci hanno fatto passare davvero un bel compleanno. E dopo cena? Tutti in piazza a ballare!
La serata di Ferragosto invece, e anche l’ultima della nostra vacanza, l’abbiamo passata ancora con la super coppia Ale&Ele a Santa Maria al Bagno. Anche qui non posso far altro che decantare la scelta del ristorante Art Nouveau dove abbiamo mangiato forse il miglior pesce della vacanza. Elegante e con un menu davvero notevole, è un ristorante assolutamente consigliato (ancora una volta, meglio prenotare).

L’ultimo giorno di vacanza, nonostante la tristezza di dover tornare, è stato comunque molto bello. Sulla via per Bari, aeroporto da cui ripartivamo, ci siamo fermati nella super pittoresca Polignano a Mare. La città di Checco Zalone e Domenico Modugno assomiglia tantissimo a una cittadina greca, colorata e con un panorama mozzafiato che si può godere da diversi punti panoramici. Posto ideale per riempirsi gli occhi dei più bei colori dell’estate prima di rientrare a Milano.

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Polignano a Mare

Davvero ultima tappa è stata Bari, appunto, vecchia (bellissima) e nuova. Molto diversa dalla barocca Lecce, anche questa città però ha un suo fascino che la rende molto simile a Oporto fra vicoletti coi panni stesi, chiese maestose e piazze bianchissime. Merita certamente una visita.

Che dire… è stato un viaggio stupendo, ricchissimo, che mi ha fatto innamorare della Puglia, regione ospitale e bellissima. Con la speranza di tornarci presto, ringrazio chi era con me, Marco (alias Walter, il fotografo della vacanza – presto spero in una sua gallery), Roberto, Paola e, soprattutto, Ivan (che mi ha sopportata più di tutti e ha fatto in modo che potessi esserci anche io), tutti quelli che abbiamo incontrato sul percorso e tutti quelli che non c’erano, ma ci seguivano sui social e chat varie – ormai siamo sempre tutti collegati, vero Perfetti ma non troppo?

Portogallo dreaming

Lisbona

Potrebbe essere il primo post di una lunga serie, oppure rimanere un caso isolato questo desiderio di raccontarvi la mia vacanza estiva. Fatto sta che, consigliando vivamente questo viaggio portoghese, vi racconto 7 giorni meravigliosi: da Porto a Lisbona, tutto d’un fiato.
Giorno1
Siamo partiti, io, Lollo e Anna, il pomeriggio del 14 agosto (giorno del mio compleanno) con un volo in ritardo di un’ora della Tap (compagnia di bandiera portoghese) da Malpensa: ritardo e aspetto scandalosamente poco sicuro dell’aereo a parte, siamo giunti felicemente all’aeroporto di Oporto dove, arrivate molto velocemente le valigie, abbiamo ritirato (iniziando a farci un’idea dell’assoluta lentezza e disorganizzazione portoghese) in circa 75 minuti la nostra auto noleggiata con Guerin. Prima nota dolente della vacanza: Fiat Punto Evo pagata come l’oro assolutamente inadatta alle continue salite e discese del paese più irregolare del mondo. Compagnia di noleggio pessima, per giunta.  Quindi, se potete, noleggiate con altri e non accettate la Evo. Abbiamo comunque alla fine raggiunto il Residencial Faria Guimarães (wi fi gratis) in Rua Faria Guimarães 179, il nostro alberghetto dignitoso ed economicissimo, molto vicino al centro città. Lo consiglio sicuramente per la posizione, il costo, la pulizia e la gentilezza del personale, un po’ meno per il bagno che avevamo noi in camera che, nel nostro caso, era tipo stato ricavato in un ex armadio secondo me, quindi era piccino e non comodissimo, ma per una notte e per quello che abbiamo speso, direi che non ci si può proprio lamentare.
Porto è una città romanticamente decadente, piuttosto lugubre (non c’era un gran bel tempo quando siamo arrivati noi, e forse questo ha contribuito) e che rispecchia in pieno la saudade portoghese. La domenica poi era tutto, e dico tutto, chiuso, quindi difficile anche analizzare. Perciò anche tutti i ristoranti raccomandati avevano la serranda abbassata e non posso consigliarvi quello dove siamo finiti noi, tal A Brasileira, dove abbiamo mangiato decisamente male, nonostante la solerzia del cameriere e l’impegno del pianista che animava il locale che mi ha cantato in tutte le lingue possibili “Tanti auguri”.
Giorno 2
Il 15  abbiamo ancora dedicato la mattinata a Oporto, girovagando e pranzando nella zona “al di là del ponte”, dove ci sono tutte le cantine del famoso e omonimo vino. Purtroppo, essendo ferragosto, anche qui con le aperture non abbiamo avuto fortuna, e le cantine le abbiamo apprezzate da fuori. Per il pranzo abbiamo scelto Bacalhoeiro, un ristorante dove abbiamo mangiato spiedini di pesce piuttosto buoni, ma non molto caldi, e decisamente non imperdibili. Molto bello però il locale che ha alcuni tavolini fuori, proprio sulla strada, e un locale interno molto curato dove abbiam mangiato noi.
Lasciato Porto, ci siamo diretti verso la nostra seconda tappa: Braga, una bella cittadina un po’ più a nord. Qui abbiamo visitato la cattedrale , i vicoletti del centro, il giardino botanico alle spalle della biblioteca, ma soprattutto abbiamo assaggiato per la prima volta una delle cose più buone  da mangiare in Portogallo: i pastéis de nata, altrimenti chiamati pastéis de Belém, luogo in cui sono nati, ma davvero buoni anche qui. Per la cena poi abbiamo scelto un grazioso bistrot: la taperia Palatu in rua Dom Alfonso Henriques 35, dove abbiamo bevuto sangria e assaporato un altro dei piatti tipici portoghesi: un pasticcio d’uovo con asparagi e dadini di prosciutto affumicato, una vera delizia per una modica cifra. Qui buono anche il caffè. La notte l’abbiamo trascorsa nell’hotel Dom Vilas (wi fi gratis), un modesto, ma dignitosissimo, alloggio. Camera grande e pulita, arredo spartano, così come la colazione, ma comunque consigliabile.
Giorno 3
Il mattino del 16 abbiamo visitato il Santuario do Bom Jesus do Monte che si trova a 7km da Braga, ma vale decisamente la pena. Essendo un po’ in montagna fa un po’ più freschino e si deve fare una bella salita per raggiungerlo, ma il belvedere è davvero meritevole. Lasciato il santuario siamo partiti alla volta di Guimaraes, una cittadina nel distretto di Braga, dove abbiamo visitato il Paço dos Duques de Braganç (scambiandolo involontariamente per il più famoso, e credo meritevole, castello), costruzione gotica che ormai ha decisamente poco della bellezza originale, e la chiesa di Nossa Senhora de Oliveira, proprio in centro città. Cittadina carina, ma giusto una tappa di passaggio per arrivare nel pomeriggio a Coimbra. La città di Coimbra è famosa per la sua Università, fondata nel 1290, fra le prime in Europa e decisamente la main attraction del luogo. A oggi è il maggior centro universitario del paese anche se fu in realtà fondata a Lisbona e trasferita a Coimbra poi nel 1537. Da allora ha avuto fra i docenti i maggiori intellettuali e artisti europei e questo le ha dato fama facendola assurgere a centro universitario di eccellenza.  Altra eccellenza del luogo è di certo il ristorante Ze Neto (R. Azeiteiras 8), dove ho mangiato il miglior agnello della mia vita, così come dolci da vero capogiro. C’è sempre molta gente, quindi è bene armarsi di pazienza, che viene poi ripagata dalla qualità del cibo, dalla gentilezza dei proprietari e del conto assolutamente onesto. Siamo usciti con la convinzione che valga la pena passare da Coibra anche solo per cenare qui. Da provare. La notte  l’abbiamo tascorsa all’hotel Dona Inês (no wi fi gratis, davvero brutto gesto), non male a livello di colazione, piuttosto abbondante, ma pessimo per quel che riguarda il personale e le stanze: decisamente piccole, soprattutto per noi che eravamo in 3. Dovessi tornare, cercherei altrove.
Giorno 4
Lasciata Coimbra, siamo partiti alla volta di Tomar, cittadina pittoresca, dove abbiamo visitato il bellissimo Convento dell’Ordine di Cristo (visita di circa 90 minuti, ma ne vale la pena), il centro storico e il lungo fiume (davvero ben fatto) e la sinagoga, che consiglio giusto se vi ci imbattete passeggiando a caso nei vicoletti cittadini perchè non è nulla di che. Pranzo pessimo in un ristorante italiano segnalato anche sulla nostra Lonely Planet, ma davvero senza motivo. Non mi ricordo nemmeno il nome, ma rifuggete da tutto ciò che dovrebbe esser italiano e fermatevi in un baretto a caso, avrete di certo più soddisfazione. Ripresa la nostra Evo, siamo poi giunti a Fatima, dove abbiamo fatto tutto ciò che si deve: acceso i ceri, pregato nella chiesa vecchia, pregato pure in quella nuova, risparmiandoci solo il percorso d’espiazione sulle ginocchia dall’uno all’altro edificio. Per chi crede, un giro val la pena di farlo in questo luogo di culto, per chi non crede invece, ritengo sia comunque un’esperienza da fare, soprattutto se decidete di soggiornare come noi in un albergo a 4 stelle super lusso. Il motivo della scelta esosa? Abbiamo approfittato di una offertona booking.com che offriva questo albergo praticamente sulla piazza centrale a un terzo della cifra di listino: hotel Santa Maria, consigliatissimo. Per la cena, però, ci siamo trasferiti a Leiria, cittadina a una mezz’ora da Fatima, perchè a Fatima non c’è davvero nulla. Qui abbiamo cenato in un gran posto che consiglio vivamente: Mata Bicho, nella piazza principale. Una specie di bistrot, unito a un carinissimo localino notturno, dove si mangiano vere prelibatezze (tipo un formaggio simil gorgonzola con dei mini fichi da leccarsi i baffi) e si beve davvero bene, sempre a una cifra contenuta. Consigliatissimo.
Giorno 5
Lasciata la città dell’apparizione e dei segreti, verso ormai Lisbona, ci siamo fermati prima a Alcobaça, dove abbiamo visitato il fantastico Monastero di Santa Maria (visita un’oretta circa) e gustato un’altra delle prelibatezze del Portogallo: una cornucopia, tipo di pasta di frittella, alla crema d’uovo e cannella. Qualcosa di eccezionale. Altra tappa pre Lisboa, ci siamo fermati a Obidos, un gioiellino di cittadina, molto simile a un paesino greco, sui toni del bianco e blu, casette colorate e baretti contornati di fiori, davvero bella. Qui abbiamo pranzato mangiando frittata di gamberi alla Adega do Ramada, sotto le mura in Travessa Josefa d’Obidos. Ottima. Nel tardo pomeriggio poi, siamo giunti a Lisbona. Trovato il nostro hotel (As Lisbona, wi fi gratis e metro proprio all’uscita, qundi comodissima), che sembrava molto più un motel, abbiamo preso la metro per il centro (Rossio) e abbiamo iniziato a vedere le zone più turistiche e comunque imperdibili, fra cui Praça da Figueira, Praça do Comércio, Rua Augusta, Elevador de Santa Justa, Praça Marquês de Pombal per poi andare su al Barrio alto e cenare. Abbiamo scelto un ritorante che ci hanno consigliato due amici conosciuti a Coimbra e che vale decisamente la pena, A Camponesa de Santa Catarina (rua merechal saldanha 23), dove abbiamo bevuto un ottimo vino e mangiato un tonno divino, per non parlare del dulce de leiche, il più buono che io abbia mai mangiato. Da provare. Il dopo cena è stato trascorso fra una tequila e l’altra nei fantastici baretti del barrio dove si beve tanto e si paga poco. Unica pecca sono le gambe estremamente pesanti che uno si deve trasciare poi in giro il giorno dopo in una città che è tutta una salita e discesa.
Giorno 6
Il secondo giorno lisbonese abbiamo deciso di iniziare la visita della città partendo dal Castelo de São Jorge da cui si vede tutta la città e per arrivarci, essendo posto sopra il quartiere dell’Alfama, bisogna fare parecchia strada in salita. Si può anche prendere uno dei fantastici trammini che portano quasi fino al castello, passando dal Miradouro de Santa Luzia, imperdibile. Il castello comunque bello, vale la pena visitarlo per vedere Lisbona dall’altissimo e anche per il periscopio installato su una torre che permette di ammirare un panorama molto particolare della città. Scesi dal castello, abbiamo deciso di visitare il quartiere Expo, il più moderno di Lisbona, nuovissimo perchè nato intorno al 1998, anno appunto dell’esposizione internazionale. Da qui parte il ponte più lungo d’Europa, quello di Vasco da Gama, con i suoi 17,2 km di lunghezza, e vi sono diverse strutture e musei fra cui l’oceanografico e il museo della scienza. La sera poi, abbiamo deciso di andare a cena sul mare, a Cascais, cittadella a una mezzora da Lisbona (poi noi ci abbiamo impiegato circa 1h e 30 min ad arrivare perchè, causa festival estivo, c’era tutto il mondo a Cascais quella sera). Lì abbiamo cenato in un bel posticino, all’Apeadeiro, sull’Av. Vasco da Gama 252, dove abbiamo gustato la tipica picanha, la carne alla griglia brasiliana/portoghese, tagliatelle ai gamberi e Martini, Porto di ottima qualità e cheesecake ai lamponi, come sempre stando sulla ventina di euro a testa. Visti anche i fuochi d’artificio sul mare, siamo tornati poi in hotel.
Giorno 7
Finalmente è arrivato il giorno di Belem e dei suoi tipici Pasteis, qualcosa di assolutamente godurioso e buonissimo. Dopo aver visitato la cattedrale di Belem, con annesso monastero (Monastero dos Jerónimos), molto bello, ci siamo fiondati a far colazione alla Antigua Confetaria de Belem, in rua de Belem 84, dove abbiamo assaporato seduti a un tavolino in una delle mille sale interne della pasticceria, i nostri pasteis caldi e croccanti, spolverati di cannella e zucchero. A farci compagnia poi, Simone, un ragazzo che abbiamo conosciuto lì che ci ha raccontato storie bellissime su Lisbona e il Portogallo, allietandoci la degustazione e dandoci molti consigli su come godersi al meglio la città. Tornati in centro abbiamo deciso di buttarci fra gli strordinari vicoli dell’Alfama, il quartiere più antico e suggestivo di Lisbona. Qui non c’è un percorso da seguire, ogni vietta ha il suo bello e val la pena di lasciarsi guidare unicamente dall’istinto. Tornando in hotel abbiamo poi percorso la famosa avenida da liberdade, dove purtroppo però tutti i negozi fashion erano chiusi, nonostante fosse sabato pomeriggio, ma probabilmente erano ancora chiusi per ferie. La nostra ultima sera l’abbiamo passata girando ancora per i più famosi quartieri del centro, Baixa, Rossio, Piazza del commercio, fino al Barrio Alto, dove abbiamo cenato in un ristorante fantastico, mangiando una delle cose più buone della vacanza a mio giudizio: la salsiccia di bacalhau (alhei bacalhau), e cioè una vera salsiccia, ma con all’interno il pesce e non la carne come siamo soliti mangiarla noi. Abbiamo anche bevuto il vino verde Alvarinho, altra particolarità del luogo e assaggiato diverse altre specialità, fra cui il riso dolce al latte e cannella. Per godere di tutte queste prelibatezze: Restaurante 151, rua da rosa 151. Il personale è gentilissimo, assolutamente portoghese come la sua cucina, da provare. Così si è conclusa la nostra meravigliosa vacanza on the road e che, grazie alla splendida compagnia dei miei amici Anna e Lollo, non dimenticherò mai. Un grazie anche a tutte le persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino, di molte delle quali non so nemmeno il nome, ma che hanno contribuito a rendere ancora più speciale il nostro viaggio con consigli, pareri e anche solo 4 chiacchiere fra italiani.