I love Englishtown

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Basta, lo ammetto: una mia grandissima debolezza è quella di non sentirmi “comfortable” quando devo parlare in inglese. Tutta la spavalderia, tutto la mia espansività di fronte al dover conversare in lingua, si spegne e divento piccola piccola. Quando, perciò, mi è stata offerta l’opportunità di essere ambassador di un corso di inglese on line e di poterlo testare ed esprimere la mia opinione, non ho avuto dubbi: “presente!”.
Dopo circa un mese di corso con EF Englishtown desidero raccontare la mia super positiva esperienza e devo dire che imparare l’inglese così è davvero una figata.

Se pensate ai corsi di lingua come qualcosa di monotono e noioso come l’ora di lezione del liceo che ancora ricordate con orrore, è allora il momento di farvi tornare la “voglia di inglese” e provare qualcosa di nuovo. Englishtown, infatti, è un corso interattivo on line, che si può fare quindi comodamente da casa, anche dal letto – tanto non vi vede nessuno. Dalla lettura, alla comprensione, alla memorizzazione di termini fino alla conversazione, con Englishtown si può mettere alla prova e migliorare qualsiasi aspetto del proprio inglese.

Io, già nei primi giorni, avevo terminato le prime unità del corso, che riguardavano, ad esempio, la capacità di gestire una riunione aziendale e i temi in agenda. Una delle unit che ho preferito è stata quella sulle differenze di gender e i luoghi comuni a esse legati. Questa unit è stata particolarmente divertente perché l’argomento è trattato con molta ironia e, proprio per questo, una delle skills da migliorare è proprio l’utilizzo del “sarcasmo” nelle proprie conversazioni, la capacità di capire e utilizzare l’ironia in un discorso.

Ovviamente le unit sono basate sul proprio grado di conoscenza dell’inglese e tutto è tarato sulle capacità di ognuno. La prima cosa da fare, all’inizio di qualunque corso, è infatti quella di definire il proprio livello di partenza in modo che poi, durante il percorso, sia tutto adeguato alle proprie cappacità. I video da guardare per rispondere alle domande, i testi da leggere, gli esercizi da eseguire e così anche le lezioni di gruppo o private sono pensate per un certo livello di capacità e per far sentire tutti a proprio agio durante le lezioni.

La parte del corso che più amo, comunque, restano le lezioni private.
La mia prima lezione one-to-one con insegnante dedicato esclusivamente a me è stata un po’ drammatica all’inizio: i quaranta minuti di conversazione completamente e solamente in inglese mi terrorizzavano ed ero super impacciata, ma Christopher, direttamente dal Messico, ha saputo mettermi subito a mio agio e la lezione è volata. Se potessi, ne farei una al giorno.
La cosa migliore a mio parere, comunque, è la possibilità di partecipare a lezioni e fare esercizi a qualunque ora del giorno e della notte. Bando quindi alle scuse, Englishtown è davvero la risposta (in inglese) ai nostri problemi di lingua.

Insomma… the best way to improve your english is to practice it using EF Englihtown. Enjoy it!

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Slow Food e Davines insieme per i nostri capelli

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Finalmente posso parlare nello stesso post dei miei due argomenti preferiti: bellezza (dei capelli in particolare) e cibo di qualità.
Davines, in assoluto la mia marca di prodotti hair care preferita, rinnova Essential, la sua linea di punta, grazie alla partnership con Fondazione Slow Food per le Biodiversità Onlus. 25 prodotti, suddivisi in nove famiglie in base alla specificità di utilizzo, per tutelare altrettante biodiversità scelte fra i 400 presidi Slow Food esistenti in tutto il mondo.

Le nuove formulazioni Essential Haircare, prive di solfati e parabeni, racchiuse in packaging a Impatto Zero (progetto di LifeGate che compensa le emissioni sviluppando e tutelando le foreste del Madagascar), realizzano un nuovo obiettivo verso l’ambiente selezionando attivi provenienti da colture italiane presidiate da Slow Food che con il suo apporto contribuisce a mantenere in vita varietà vegetali a rischio di estinzione.

Da qui la nascita della famiglia di prodotti MINU che, arricchita con Boccioli di Cappero di Salina, illumina e protegge i capelli colorati.
L’estratto, ricco di polifenoli che svolgono un’azione protettiva del capello, proviene dai capperi della fattoria di Salvatore D’Amico di Leni, Isola di Salina (Me). La linea si compone di shampoo, conditioner, hair mask e hair serum.

MINU davines slow food

I prodotti della famiglia NOUNOU, per capelli aridi o sfruttati da trattamenti come decolorazioni o stirature, si basano sull’estratto di Pomodoro Fiaschetto di Torre Guaceto (Br) prodotto dalla fattoria Calemone di Mario di Latte di Serranova di Carovigno. Questa particolare varietà di pomodoro è ricco di carboidrati e proteine dal forte potere nutritivo e di vitamina C dall’azione antiossidante. Nella linea shampoo, conditioner e hair mask.

NOUNOU davines slow food

Nei prodotti MOMO, la mia preferita, per capelli secchi e disidratati, c’è l’estratto di Melone Giallo Cartucciaru di Paceco, ricco di acqua, vitamine e sali minerali. I semi di melone giallo da cui viene l’estratto arrivano dalla fattoria di Francesca Simonte di Dattilo (Tp) e per preservare il presidio, una volta ottenuto l’estratto, vengono a lei rimandati e ripiantati. Della linea shampoo, conditioner e hair potion, crema idratante senza risciacquo che, credetemi, cambia l’aspetto dei vostri capelli – prodotto must have.

Estratto di Sedano rosso di Orbassano nella famiglia di prodotti DEDE per uso quotidiano. Ricco di sali minerali il sedano rosso arriva dalla fattoria di Giancarlo Doriano Pozzatello di Orbassano, appunto. Shampoo, conditioner e hair mist, conditioner spray senza risciacquo, compongono la famiglia.

DEDE davines slow food

LOVE CURL per capelli ricci o mossi è con estratto di Mandorla di Noto, la più ricercata dai pasticceri di tutto il mondo, che arriva dalla fattoria di Carlo Assenza di Noto. Ha un’azione elasticizzante e volumizzante. Della famiglia LOVE, shampoo, conditioner e curl cream, siero senza risciacquo per definire al massimo i ricci.

LOVE SMOOTHING per capelli crespi e indisciplinati sceglie l’estratto di Oliva Minuta, ricco di acidi grassi e vitamine, soprattutto vitamina E, dal potere addolcente. Questo presidio arriva direttamente dalla fattoria di Carmelo Messina di Ficarra (Me). Oltre allo shampoo e al conditioner, hair smoother, crema anti crespo senza risciacquo.

LOVE davines slow food

Prodotto buono per qualsiasi tipo di capello, lo shampoo SOLU, con estratto di Grano Saraceno della Valtellina, proveniente dalla fattoria di Patrizio Mazzucchelli di Teglio (So), è ricco di anti ossidanti e minerali.

I capelli lunghi non possono fare a meno dei prodotti MELU, shampoo, conditioner e hair shield, schermo termo protettivo verso piastre e phon. In questi prodotti Semi di lenticchia di Villalba (Cl) della fattoria di Francesco di Gesù. Questa lenticchia si caratterizza per un elevato contenuto di ferro e proteine, ideali per nutrire e riparare il capello.

Ultima famiglia VOLU, per capelli fini e privi di corpo con estratto di radice di Rapa di Capruana dalla fattoria di Donatella Ferraris di Capruana (Cn), ricco di minerali dona volume e sostegno ai capelli. Shampoo e hair mist, spray senza risciacquo, compongono la famiglia.

Scopri di più sul sito Davines.

Davines-Essential slow food

Innamorarsi di Istanbul in 4 giorni

Istanbul

Istanbul non si conquista: perché è lei la vera conquistatrice. Esiste solo un modo per impadronirsene. Lasciarsene impadronire.

Istanbul, Franco Cardini

  Quattro giorni, si sa, non sono mai abbastanza per conoscere davvero una città, fosse anche la più piccola. Quando la città è Istanbul, con i suoi 14 milioni di abitanti, poi, è pressoché impossibile, ma ci si può innamorare di lei incondizionatamente. Se decidete di fidarvi di questo racconto e prenotare una vacanza per la città più europea dell’Oriente, ecco alcuni consigli pratici che mi sento di dare. Esistono due compagnie aeree che volano da Milano a Istanbul: la Pegasus Airlines, compagnia low cost con partenza da Bergamo e arrivo all’aeroporto secondario Istanbul Sabiha Gokcen, oppure la compagnia di bandiera turca, la Turkish Airlines, fra le migliori in Europa, che parte da Malpensa e arriva a Istanbul Ataturk, ottimamente collegato al centro città. Io e i miei cinque compagni di viaggio abbiamo optato per quest’ultima soluzione e con 260€ siamo partiti alle 8.30 del mattino del sabato e siamo rientrati alle 23 del martedì sera, perdendo quindi giusto una mezza giornata iniziale di vacanza. Si paga leggermente di più, ma le combinazioni orarie che si possono scegliere sono tantissime e si gode di un ottimo servizio a terra e a bordo – non vedevo un menu per la scelta del pasto sull’aereo da anni, mi sono quasi commossa. Istanbul essendo una città gigantesca offre migliaia di possibilità per alloggiare e ancor di più per mangiare. Dopo una scrupolosa ricerca abbiamo deciso di prenotare al Taximist Hotel, vicinissimo a piazza Taksim, una delle principali della “parte nuova” della città, Beyoglu, quartiere vivissimo e perfetto per cenare la sera e adatto allo shopping di giorno – lontano soprattutto dalle principali moscheee della città che alle 5 del mattino prevedono la prima preghiera con conseguente richiamo del muezzin dall’autoparlante. Questo piccolo hotel è stata una scelta azzeccatissima: personale gentilissimo, presente 24/24h, camere carine, luminose e dotate di bagno privato con mega doccia, set di cortesia, tv e mini bar. La colazione era inclusa nella nostra tariffa e assolutamente accettabile come proposta, sebbene modesta. Unica pecca, ma che non mi farebbe cambiare idea sulla scelta, è che le pareti dell’hotel sono sottili e un po’ di macello, soprattutto nella notte fra il sabato sera e la domenica, si è sentito. Tutta la città poi è molto rumorosa fino a notte fondissima, quindi anche le migliori finestre non fanno miracoli contro feste, musica e clacson senza posa – io ho dormito, comunque, quindi si può fare. Nonostante fosse novembre, 8-11, siamo stati particolarmente fortunati a livello meteorologico. Quattro giorni di sole e temperature sopra i 20 gradi sempre, tanto che giravamo con abbigliamento leggero, pranzavamo all’aperto e anche di sera abbiamo goduto di aperitivi e drink dopo cena con vista mozzafiato dalle splendide terrazze tipiche della città sempre all’aperto. Insomma, per godersi appieno i colori di Istanbul e i panorami impagabili, meglio scegliere la primavera o l’estate per non doversi affidare alla fortuna come abbiamo fatto noi – anche perché il sole in questo periodo cala molto presto e alle 16.30 è già sera.

Istanbul

Suleyemaniye Camii, Istanbul

Fatte queste considerazioni pratiche, ecco i posti da non perdere che elenco seguendo il nostro itinerario di viaggio: PRIMO GIORNO: se come noi optate per un hotel nella parte nuova della città, dopo aver posato le valige si può iniziare a scoprire il quartiere di Beyoglu davvero bello e variegato scendendo verso il mare attraverso Istiklal Caddesi, un po’ il Corso Buonos Aires di Istanbul, ma mille volte più incasinato da luci, rumori e persone in ogni dove. Giunti quasi alla fine del corso è necessaria la “tappa tramonto” da godersi dal 360, forse il bar più famoso della città, con la sua splendida vista dalla terrazza all’aperto e l’arredamento moderno e accattivante. Da qui si gode del sole che scende dietro le moschee di Sultanahmet, che appena buio sono meravigliosamente illuminate e stagliate sullo sfondo blu della notte che scende veloce. Stupefacente. Da qui noi siamo scesi poi verso al Torre Galata e abbiamo gironzolato nelle viuzze intorno, davvero carine e bohemien con bar e negozi interessanti. Consiglio la tappa da Aponia, negozio di tshirt e varie, molto hipster come piace tanto a noi milanesi. Arrivata l’ora di cena ci siamo diretti in Minare Sokak, la via che ospita una serie di ristoranti e bar stupendi e dove c’è anche Antiochia, il piccolo, ma curatissimo, locale con cucina anatolica che avevamo già prenotato da casa (meglio sempre assicurarsi un tavolo con anticipo nei ristoranti che volete provare). Che dire: meze gustosi (i meze sono gli antipasti tipici turchi che si trovano, diversi, ovunque), piatti principali super saporiti e dessert tipici in un ambiente davvero piacevole. Personale gentilissimo e non si spende, bevendo birra e mangiando almeno 3 portate, più di 20€. Prima di ritornare all’hotel consiglio un giro nelle vie intorno e magari un ultimo bicchiere della staffa in uno dei moderni bar che il sabato sera vanno avanti a lavorare fino a tardi – cosa che non accade la domenica quando alle 23 chiude tutto. SECONDO GIORNO: visto che il lunedì non è tutto visitabile, la domenica è stata scelta per andare a Sultanahmet, il quartiere delle moschee e dei bazar. Appena giunti nella parte vecchia di Istanbul siamo stati subito alla Moschea Blu, pazzesca da fuori, bella dentro, ma meno imponente di quello che ci si possa immaginare. Seconda tappa Aya Sofya, ex moschea ora trasformata in monumento, assolutamente imperdibile. Prima di pranzo, poi, rigenerati da un’ottima spremuta di melograno fatta al momento dai venditori ambulanti, siamo stati alla Cisterna Basilica, la più grande cisterna di epoca bizantina esistente in città, un palazzo sotterraneo adibito a riserva d’acqua, oggi casa di centinaia di gigantesche carpe. Molto suggestivo. Per pranzo abbiamo optato per uno storico locale famoso per le sue pide, la pizza turca servita per lo più con pollo e agnello, e siamo stati da Hocapasa Pidecisi, Hocapasa Sok. No.19. L’impatto forse è un po’ forte in una via all’apparenza super turistica e non proprio raccomandabile, ma la “pizza” era buona e siamo stati molto bene mangiando ai tavolini all’aperto. Il pomeriggio è stata la volta del palazzo Topkapi, quella che fu la sede dell’impero ottomano. Preparatevi a camminare un bel po’, la struttura è gigantesca e servono almeno 3 ore per girare palazzo e harem, ma state attenti che chiude alle 17 (l’harem addirittura alle 16), quindi fate bene i conti – noi li abbiamo fatti male e non siamo riusciti a entrare all’harem. Usciti dal mega palazzo ci siamo diretti, passando per il porto e superando a piedi il ponte che divide le due sponde della città, di nuovo a Beyoglu per andare a fare un necessario e rigenerante aperitivo al Robin’s, locale con terrazza panoramica, proprio di fronte alla Torre Galata. Vista pazzesca in un posto che se ci fosse a Milano bisognerebbe prenotare con settimane di anticipo. Dopo l’obbligatoria tappa in hotel per recuperare le energie, siamo stati a cena in uno dei locali più in voga della città: Meze by Lemon Tree. Posto molto carino, abbiamo mangiato benissimo – meze uno più buono dell’altro (tranne le alghe, che si potevano non prendere) e modica cifra per il tenore del locale: €26 per 3 portate e birra. Verrei sempre a cena a Istanbul…

I meze al Meze by Lemon Tree, Istanbul

I meze al Meze by Lemon Tree, Istanbul

TERZO GIORNO: Essendo i bazar chiusi la domenica, il lunedì siamo ritornati a Sultanahmet per visitare Gran Bazar e Bazar delle spezie. Divertenti e affollatissimi, non si posso perdere per fare ottimi affari e portarsi a casa le tipicità della città. Da non perdere anche le due moschee che in assoluto a noi sono piaciute di più: la piccola e “segreta” Rustem Pasa  Camii, un vero gioiello adornata da splendide piastrelline di ceramica, e la imponente Suleyemaniye con i suoi giardini e i suoi colori. Fatte anche queste due tappe “religiose” finalmente era ora del pranzo e abbiamo scelto di provare quello che è definito il miglior kepap della città all’Hamdi Restaurant. Forse il kepap non è poi così memorabile, o almeno fra noi i pareri sono stati discordanti, ma la vista di cui si gode mangiandolo vale il prezzo del pranzo (basso comunque, credo non sopra i 12€). Essendoci arrivati un po’ tardi, abbiamo finito di pranzare che era quasi ora del tramonto e da qui è stato eccezionale con il sole che scendeva dietro le moschee e sul porto con la Torre Galata illuminata dai raggi. Vale la pena. Nelle restanti ore del pomeriggio siamo tornati a Beyoglu alla scoperta dei graziosissimi quartieri che si estendono fra Istiklal (la via dello shopping) e il mare: Cukurcuma e Cihangir, con i loro bistrò e i negozi di abbigliamento vintage e antiquariato, praticamente una piccola Parigi che noi abbiamo letteralmente adorato. Consiglio una pausa merenda al Caylak Cafè (Kuloglu Mahallesi Agahamami Sokak No:24/A), il bar che mi manca a Milano. Per la cena abbiamo voluto provare un’esperienza veramente istanbuliota, ma non tutti noi sono stati felici (io sì) e abbiamo prenotato in una caotica e autentica taverna tradizionale: Cukur Meyhane (TurnacIbasi Caddesi Kartal Sokak No.1/A Galatasaray | Beyoğlu), dove abbiamo mangiato altri meze e una serie di piattini di pesce davvero particolari circondati da gatti, caos, praticamente in uno scantinato adibito a sala ristorante – può non piacere, ma è da provare secondo me. Essendo l’ultima sera abbiamo deciso di chiudere con il botto andando a bere sulla terrazza di uno dei locali più lussuosi della città, il Mikla, conosciuto anche e soprattutto per il suo rinomatissimo ristorante (magari la prossima volta ci ceniamo pure). Anche questa volta essendo il clima mite abbiamo bevuto all’aperto godendo di una vista senza pari su Sultanahment e le moscheee. Qui i prezzi dei cocktail sono milanesi, fra i 10 e i 12€.

ceramiche istanbul

Ceramiche di Iznik, Rustem Pasa Camii

QUARTO GIORNO: Ultimo giorno dedicato alla crociera sul Bosforo che era giusto fare, ma onestamente è molto meno esaltante delle aspettative. Per questo alla seconda fermata del battello sulla sponda asiatica della città, abbiamo deciso di scendere per tornare in Europa tramite un autobus che si prende comodamente appena scesi all’attracco e poi la metro “sott’acqua” che riporta al di là del ponte. Secondo me ottima scelta perché dal bus abbiamo potuto apprezzare il lato asiatico della città con le sue ville di lusso e i caratteristici quartierini con immancabili moschee ovviamente. Per pranzo poi siamo tornati accanto alla moschea di Suleyemaniye per mangiare nel cortile del grazioso ristorante Daruzziyafe dove abbiamo mangiato un ottimo kepap bevendo the chai. Dopo pranzo un ultimo giro al Gran Bazar prima di tornare all’hotel, caricare le valige e raggiungere l’aeroporto per tornare a casa. Un viaggio bellissimo, reso ancor più bello dalla compagnia – Ivan, Viviana, Lollo, Cristina e Roberto – e dal meteo favorevole che ci ha permesso di vivere appieno una città magica. DA RIFARE.

Ponte di Galata

Ponte di Galata

8 marzo in bellezza (e bontà)

Oggi è l’8 marzo, la giornata mondiale dedicata alle donne e che dovrebbe festeggiarle. Come poi le donne scelgano di celebrarsi (vedi uscite di gruppo in locali di dubbio gusto) è un altro argomento ed è il motivo per cui è una festa che non mi è mai piaciuta molto.
Ma un modo per omaggiare davvero questa giornata senza inutili mimose e spogliarelli in realtà c’è.
Acquistando il sapone solidale al burro di Karité profumato al latte di L’Occitane, recentemente riconosciuta dall’ONU come azienda esemplare per le sue azioni in Burkina Faso, si dona l’intero ricavato del prodotto a organizzazioni che promuovono l’imprenditoria femminile con programmi di alfabetizzazione e formazione per sviluppare attività che generino guadagno nello stato fra i più poveri al mondo.

Sapone Solidale L'OCCITANE 2014Proprio in Burkina Faso nel 1980 Olivier Baussan, fondatore di L’Occitane, scoprì il burro di Karité e le sue eccezionali proprietà nutritive e benefiche per la pelle. Da allora, oltre 25 anni di esperienze condivise, hanno creato un legame inscindibile tra L’Occitane e le donne del Burkina Faso sostenendo programmi di alfabetizzazione e microcredito in favore dell’emancipazione economica femminile. A oggi, oltre 830 donne hanno avuto accesso ai programmi di alfabetizzazione e di gestione economica delle AGR (activité génératrice de revenus) in 14 centri costruito ed equipaggiati grazie alle donazioni dell’azienda di beauty francese.

Il sapone costa solo 2 euro, ma il gesto vale molto di più.

Rieccomi. E riecco i vampiri

Mi scuso di nuovo per la lunga assenza, spero di potervi l più presto raccontare il motivo di queste mie sparizioni.

Ritorno però riprendendo un argomento già trattato in passato e che è, come prevedevamo, ha avuto un grande successo: i vampiri, e tutto ciò che ci sta intorno.

Dracula è tornato. Ma è cambiato parecchio. Abbandonato il mantello nero, scompigliata la pettinatura e limate unghie e canini, il novello principe delle tenebre si confonde tranquillamente con gli esseri umani.
Scompare la paura. I vampiri moderni, infatti, non terrorizzano più inermi fanciulle, piuttosto se ne innamorano, e usano i loro poteri per far del bene.
Nella saga Twilight di Stephenie Meyer, apripista della nuova mania, Edward, il vampiro protagonista, è un adolescente (ha 17 anni da un secolo), pallido come da tradizione, ma di bella presenza e buone maniere, che ai coetanei fa più invidia che spavento. Il mix di mistero e fascino dark fa breccia nel cuore dell’umana Isabella, dando vita a un amore romantico e non privo di ostacoli.
Come in True Blood, la serie prodotta negli Stati Uniti da Hbo, nata dal successo della collana Southern Vampires di Charlaine Harris. In una Louisiana del futuro (già teatro del romanzo di Anne Rice, e film, Intervista col vampiro) la pacifica co-esistenza tra vampiri e uomini è assicurata da una particolare miscela di sangue sintetico, che è in grado di placare la sete dei vampiri senza che debbano così attaccare gli umani. Ancora una volta l’attrazione tra i due mondi si concretizza in una romantica e problematica relazione: quella tra la cameriera Sookie e il vampiro ultracentenario Bill. I due, oltre alla differenza d’età, devono combattere contro i radicati pregiudizi dei reciproci mondi, una sorta di Romeo e Giulietta in chiave pulp.
Insomma, i giovani non-morti di oggi sono ragazzi come tanti, vivono in cittadine qualunque, non dormono in bare e non si squagliano al sole. E soprattutto sono casti. Non c’è sesso tra Edward e Isabella in Twilight, manca del tutto la carica erotica dei morsi sul collo e del sangue succhiato. Il loro è un amore romantico, pre-sessuale.
La ragione, secondo Gianfranco Manfredi, autore di Ho freddo, una storia di vampirismo e malattia ambientata nell’America del XVIII secolo, è che «il rito del sangue appartiene a tradizioni dell’Europa dell’Est. In America, invece, furono le scoperte dei resti di persone affette da consunzione da Tbc, a ispirare la letteratura. Pallidi, emaciati, spettrali, i malati erano scambiati per vampiri e isolati per paura del contagio. Da qui la variante americana del vampirismo».
Il vampiro contemporaneo rappresenta invece un outsider sensibile, che vive sì ai margini dalla società cosiddetta normale, ma non viene odiato dagli umani, perché cerca l’amore, l’integrazione.  Nulla a che vedere con i non-morti del mito di derivazione illuminista, che incarnavano la mancanza di credo nell’aldilà e la forte avversione alla sessualità tipica della società vittoriana. Come nel gotico Dracula di Bram Stoker del 1897, impregnato di erotismo e dannazione. Il conte Dracula (Vlad III di Valacchia, detto l’impalatore), aristocratico straniero che sovverte l’ordine borghese e vittoriano di Londra, è detestato dagli uomini, che si coalizzano per combatterlo sotto la guida del professor Van Helsing, ma una vera calamita per le donne, perdutamente attratte dal suo morso, metafora del godimento sessuale, all’epoca proibito al genere femminile – nel film di Francis Ford Coppola tratto dal romanzo, Mina sposerà Jonathan Harker, ma dopo aver ceduto alla seduzione di Dracula.
E anche se oggi siamo lontani dall’epoca vittoriana, il vampiro rimane un’icona erotica, ma che si innamora, non cede facilmente al desiderio sessuale e non fa più paura.
Già nella serie tv Buffy l’ammazzavampiri del 1997, la protagonista, pur combattendo i vampiri, si innamora di due di loro, archetipi di contrapposti modelli d’uomo. Ha una storia con Angel, il bravo ragazzo che nasconde un lato oscuro e che se fa l’amore con lei diventa malvagio (il sesso anche qui torna ad essere un tabù, come nell’Ottocento e come in Twilight, saturo di precetti mormoni a cui l’autrice è fedele), ma è attratta anche da Spike, il bello e dannato che può essere redento.
Il triangolo amoroso è stato ripreso sia dalla Meyer, che in New Moon, secondo capitolo della Twilight Saga, mette Isabella al centro fra Edward e il lupo mannaro Jacob, per tradizione nemico assoluto dei vampiri (come già nel film Van Helsing, del 2004, in cui Dracula poteva essere ucciso solamente dal morso di un licantropo), che da Lisa J. Smith che nel suo The vampire diaries (già telefilm, presto anche in Italia), narra i dubbi amorosi di Elena, un’adolescente indecisa fra due fratelli succhiasangue dall’apparenza umana.
Quel che predomina, comunque, è un sovrannaturale addomesticato, che cerca di rendersi identico al naturale. Lontano dall’idea di Stephen King secondo cui la dimensione “altra” del mondo dovrebbe colare a poco a poco nella nostra, come liquido dal fondo di un sacchetto di carta, contaminandola.
Oggi più che la morte, sembra essere la diffusione della malattia una delle più grandi paure sociali, e il vampiro, comunque lo si travesta, incarna l’idea del contagio.
L’accresciuto timore verso quel che temiamo condiziona, quindi, la scelta degli scrittori di ammorbidire la figura mitica dei vampiri, morti che tornano, personificazione di una tremenda anomalia sociale che si estende proprio attraverso il contagio, rendendoci contemporaneamente vittime e colpevoli. Rappresentarli belli, romantici e desiderosi di far del bene ci rassicura, allontanando almeno un poco il pericolo e la paura.
Si preferisce pensare che il male sia “fuori”, “lontano”, perché è un modo per separarlo da noi. Fin dal romanzo di Bram Stoker, infatti, se a Londra le giovani donne si ammalavano di vampirismo, la causa era da ricercarsi nei Carpazi, non nella illuminata Inghilterra.
Come ha affermato Joanne Harris, una delle prime autrici a raccontare i vampiri nel libro Il seme del male del 1989 e appena ripubblicato, «Le storie di vampiri tornano ciclicamente perché raccontano di malattia e morte, sessualità e repressione», temi ancora cari al nostro tempo, destinati dunque a sopravvivere alla storia e alla letteratura.