Slow Food e Davines insieme per i nostri capelli

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Finalmente posso parlare nello stesso post dei miei due argomenti preferiti: bellezza (dei capelli in particolare) e cibo di qualità.
Davines, in assoluto la mia marca di prodotti hair care preferita, rinnova Essential, la sua linea di punta, grazie alla partnership con Fondazione Slow Food per le Biodiversità Onlus. 25 prodotti, suddivisi in nove famiglie in base alla specificità di utilizzo, per tutelare altrettante biodiversità scelte fra i 400 presidi Slow Food esistenti in tutto il mondo.

Le nuove formulazioni Essential Haircare, prive di solfati e parabeni, racchiuse in packaging a Impatto Zero (progetto di LifeGate che compensa le emissioni sviluppando e tutelando le foreste del Madagascar), realizzano un nuovo obiettivo verso l’ambiente selezionando attivi provenienti da colture italiane presidiate da Slow Food che con il suo apporto contribuisce a mantenere in vita varietà vegetali a rischio di estinzione.

Da qui la nascita della famiglia di prodotti MINU che, arricchita con Boccioli di Cappero di Salina, illumina e protegge i capelli colorati.
L’estratto, ricco di polifenoli che svolgono un’azione protettiva del capello, proviene dai capperi della fattoria di Salvatore D’Amico di Leni, Isola di Salina (Me). La linea si compone di shampoo, conditioner, hair mask e hair serum.

MINU davines slow food

I prodotti della famiglia NOUNOU, per capelli aridi o sfruttati da trattamenti come decolorazioni o stirature, si basano sull’estratto di Pomodoro Fiaschetto di Torre Guaceto (Br) prodotto dalla fattoria Calemone di Mario di Latte di Serranova di Carovigno. Questa particolare varietà di pomodoro è ricco di carboidrati e proteine dal forte potere nutritivo e di vitamina C dall’azione antiossidante. Nella linea shampoo, conditioner e hair mask.

NOUNOU davines slow food

Nei prodotti MOMO, la mia preferita, per capelli secchi e disidratati, c’è l’estratto di Melone Giallo Cartucciaru di Paceco, ricco di acqua, vitamine e sali minerali. I semi di melone giallo da cui viene l’estratto arrivano dalla fattoria di Francesca Simonte di Dattilo (Tp) e per preservare il presidio, una volta ottenuto l’estratto, vengono a lei rimandati e ripiantati. Della linea shampoo, conditioner e hair potion, crema idratante senza risciacquo che, credetemi, cambia l’aspetto dei vostri capelli – prodotto must have.

Estratto di Sedano rosso di Orbassano nella famiglia di prodotti DEDE per uso quotidiano. Ricco di sali minerali il sedano rosso arriva dalla fattoria di Giancarlo Doriano Pozzatello di Orbassano, appunto. Shampoo, conditioner e hair mist, conditioner spray senza risciacquo, compongono la famiglia.

DEDE davines slow food

LOVE CURL per capelli ricci o mossi è con estratto di Mandorla di Noto, la più ricercata dai pasticceri di tutto il mondo, che arriva dalla fattoria di Carlo Assenza di Noto. Ha un’azione elasticizzante e volumizzante. Della famiglia LOVE, shampoo, conditioner e curl cream, siero senza risciacquo per definire al massimo i ricci.

LOVE SMOOTHING per capelli crespi e indisciplinati sceglie l’estratto di Oliva Minuta, ricco di acidi grassi e vitamine, soprattutto vitamina E, dal potere addolcente. Questo presidio arriva direttamente dalla fattoria di Carmelo Messina di Ficarra (Me). Oltre allo shampoo e al conditioner, hair smoother, crema anti crespo senza risciacquo.

LOVE davines slow food

Prodotto buono per qualsiasi tipo di capello, lo shampoo SOLU, con estratto di Grano Saraceno della Valtellina, proveniente dalla fattoria di Patrizio Mazzucchelli di Teglio (So), è ricco di anti ossidanti e minerali.

I capelli lunghi non possono fare a meno dei prodotti MELU, shampoo, conditioner e hair shield, schermo termo protettivo verso piastre e phon. In questi prodotti Semi di lenticchia di Villalba (Cl) della fattoria di Francesco di Gesù. Questa lenticchia si caratterizza per un elevato contenuto di ferro e proteine, ideali per nutrire e riparare il capello.

Ultima famiglia VOLU, per capelli fini e privi di corpo con estratto di radice di Rapa di Capruana dalla fattoria di Donatella Ferraris di Capruana (Cn), ricco di minerali dona volume e sostegno ai capelli. Shampoo e hair mist, spray senza risciacquo, compongono la famiglia.

Scopri di più sul sito Davines.

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Salento per cinque

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tramonto a Santa Maria di Leuca

Ahimè le vacanze sono finite ed è il momento di fare spazio ai ricordi. Come fu per il Portogallo, ho deciso di ripercorrere qui il mio recente viaggio in Puglia.
Questo post non varrà come la Lonely Planet (che anche questa volta ha fatto egregiamente il suo servizio) e non mira a voler segnalare “i migliori posti dove” fare questo o quello (anche perché non ho potuto fare tutto). Questo è solo un racconto che può far piacere a chi c’è stato, o che, in case of, può tornare utile a chi ci andrà.

Cominciamo dai numeri: 5 viaggiatori, 8 giorni di vacanza, 1600 km percorsi in auto fra il Salento che affaccia sull’Adriatico e quello sullo Ionio, 15 città visitate e almeno una decina di spiagge, 8 ristoranti provati (6 approvati) e altrettanti vini sorseggiati, 2 bed&breakfast come casa-base. Tanto relax e divertimento.

Cisternino

Cisternino

Il nostro viaggio è iniziato da Cisternino, il borgo (uno dei più belli d’Italia – e ho scoperto che in Puglia ce ne sono ben 10 di questi) famoso in tutto il Salento per la carne alla brace. Noi siamo arrivati in centro proprio per l’ora di pranzo e ne abbiamo ovviamente approfittato per mangiare in uno dei famosi fornelli, botteghe dotate di forno a legna sui cui cuoce la carne che ti scegli direttamente dal bancone e puoi gustare in loco. In particolare ci siamo fermati all’Osteria Macelleria Porta Grande dove ci hanno accolto nonostante fossero quasi le 15.30, per gustare una bella grigliata mista. Esperienza interessante e il paese è davvero bellino: fa molto cashba, tutto bianco, e si gira in un attimo.
Cisternino è stata anche la nostra prima casa-base: abbiamo soggiornato in uno splendido b&b, La Corte del Camedrio (contrada Specchiaruzzo), formato da un insieme di trulli in aperta campagna. Suggestivo di giorno quanto di sera, è gestito da una famiglia molto cordiale che ci ha trattati davvero bene, non facendoci mancare nulla. Io ho adorato in particolare la piscina, rifugio perfetto dal grande caldo che già al mattino alle 8 cominciava a farsi sentire. Il Camedrio è la base ideale per un viaggio in valle d’Itria.

B&B Corte del Camedrio

B&B Corte del Camedrio

La sera, dopo aver trascorso la fine del pomeriggio in spiaggia a Punta Penna Grossa – decisamente nulla di che, sebbene all’interno della famosa riserva di Torre Guaceto – abbiamo visitato Locorotondo (altro fra i borghi più belli d’Italia). Già dal nome si può intuire che il paesino si snoda in un dedalo di vie in maniera circolare intorno a un piccolo centro. Un posticino grazioso. Qui, purtroppo, non abbiamo avuto un’esperienza gastronomica interessante. Abbiamo cenato alla Trattoria Centro Storico che si forgiava d’esser pluripremiata, ma sinceramente a nostro parere mediocre.

Il secondo giorno abbiamo trascorso la mattinata ad Alberobello, con le sue 1500 casette a trullo (Patrimonio dell’Umanità UNESCO) che tutto il mondo, giustamente, ci invidia. Un posto meraviglioso, fuori dal tempo, una tappa assolutamente d’obbligo se siete in valle d’Itria. Il pomeriggio, invece, è stato tutto marittimo a Capitolo (Monopoli): spiaggia sabbiosa e mare di tutti i blu possibili, un paradiso.
La sera, poi, è stata la volta di Ostuni. Un altro posto che solo l’Italia può vantare. Città bianca e stupenda, suggestiva e romantica, ci è piaciuta tantissimo. Aperitivo da Riccardo, un american bar ricavato in una grotta che si snoda però anche tutto intorno alla sala interna nella via dove ci si siede su grossi cucscinoni (bellissimo!) e cena alla Taverna della gelosia, un ristorante che è un gioiellino con la sua terrazza immersa fra le piante, sedie di ferro battuto bianche, bicchieri in ceramica e sottopiatti in vimini. Qui abbiamo mangiato alcune fra le cose più sfiziose di questo viaggio (da provare l’antipasto della casa composto da diverse specialità) e di certo abbiamo bevuto il miglior vino, Primitivo di Manduria Dop Elegia. Se passate da Ostuni, vale proprio la pena una cenetta lì (meglio prenotare).

Il terzo giorno, purtroppo, il meteo non era dalla nostra. Pioveva e abbiamo colto l’occasione per andare a visitare le Grotte di Castellana, anche queste notevoli. Noi abbiamo scelto il percorso lungo, circa 3 km fra andata e ritorno, ma l’unico che porta alla grotta bianca, la più bella.  Dopo tanto camminare ci siamo concessi la pausa pranzo in quel di Putignano, altro grazioso paesino della zona (famoso per il suo carnevale), dove con pochi euro abbiamo mangiato alla Rosticceria Fantasia dopo esserci un po’ persi fra le caratteristiche viuzze del centro.

tramonto a Tenuta Moreno

tramonto a Tenuta Moreno

La sera è stata la volta di Mesagne, paese a 14 km da Brindisi. Siamo venuti fin qui perché prima del giretto nel paese, abbiamo cenato al ristorante del Gran Hotel Tenuta Moreno, un posto a cui sono particolarmente affezionata. Una antica masseria nella più selvaggia campagna salentina, fra ulivi secolari e piante di fichi (qui c’è il più grosso ficheto della Puglia che conta 40 specie differenti) dove ho avuto la fortuna di soggiornare pochi mesi fa per lavoro e sono tornata con grande gioia. La cucina è gestita dallo chef Vicenzo Elia, che anche questa volta, ha rallegrato i nostri palati con 8, e dico 8, portate di pesce una più deliziosa dell’altra. La cortesia assoluta dello staff di questo posto fa sentire i propri ospiti come a casa, ma in una casa a 5 stelle, e per questo ringrazio ancora Pierangelo, il proprietario di Tenuta Moreno, e tutti i suoi collaboratori. Bellissimo posto, splendida serata, non vedo l’ora di tornarci di nuovo.
Anche Mesagne comunque merita una visita. Il centro è grazioso e molto luminoso con tanti localini dove bere l’ultimo bicchiere prima di andare a dormire – noi abbiamo scelto lo Splendid bar (ex 22) con Alessandro ed Eleonora i nostri insider pugliesi preferiti.

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spiaggia di Capitolo

Il quarto giorno subito dopo colazione abbiamo raggiunto Nardò, la nostra seconda casa-base. Qui abbiamo soggiornato al b&b in mezzo alla campagna, l’Aia di Spiridione, posticino carino (molto gentile la proprietaria), ma abbiamo sofferto la mancanza di una piscina come quella del camedrio e il cambio biancheria che non avveniva tutti i giorni.
Da qui in poi le nostre giornate sono state soprattutto dedicate al mare, mentre la sera si girava per città. Le migliori spiagge che abbiamo visto sono state sicuramente Punta Suina (spiaggia mista sabbia e scogli – un paradiso), la spiaggetta di Palude del Conte (sabbia, Punta Prosciutto) e la spiaggia, ancora sabbiosa, di Marina di Felloniche (Santa Maria di Leuca). Molto bello, ma purtroppo troppo affollato quando siamo stati noi, Porto Selvaggio – da evitare nei giorni di Ferragosto.
Le varie serate invece sono state così ripartite: la prima sera salentina abbiamo cenato con “amici locali” (simpaticissimi Evandro e Rosa) a Manduria al ristorante La corte dei vescovi. Un bel posto lontano dal centro, molto frequentato (meglio prenotare), dove sia gli antipasti vai che la pizza si sono rivelati molto buoni.
La seconda serata salentina è stata tutta per Gallipoli, classica città di mare. Simpatica, genuina. Qui abbiamo cenato in un piccolo ristorante centralissimo, Adamo – Pane Olio e Fantasia, dove in un piccolo menu si può scegliere fra piatti di terra e di mare semplici ma gustosissimi. Molto consigliato.
La terza sera, quella che si affacciava sul mio compleanno, l’abbiamo trascorsa a Otranto, altro gioiello del Salento. La città più a Oriente d’Italia è un vero formicaio: pieno di persone, di luci, di rumori che la rendono suggestiva e divertente. Da vedere senza dubbio – magari senza zeppe di 15 cm come le mie visto che è tutta un saliscendi e le viuzze sono di pietre liscissime. Molto carini i localini sui bastioni dove bere vista mare.

le luci di Otranto by night

le luci di Otranto by night

La sera del mio compleanno (e quello di Paola, altro membro del tour), invece, non si poteva far altro che godere della notte della taranta in quel di Lecce: città incredibilmente bella in tutta la sua barocchitudine (neologismo per dire che è 100% barocca e arzigogolata). Cena degna dell’occasione all’Osteria degli Spiriti, locale che mixa tradizione (al limite del kitsch con varie croci e maschere che affollano tutta una parete) ed eleganza con tavole apparecchiate impeccabilmente e candele a rendere so chic l’atmosfera – anche qui indispensabile prenotare. Per questa cena meravigliosa ringrazio ancora tanto i miei compagni di viaggio Marco, Roberto e Ivan – siete stati così teneri! – che ci hanno fatto passare davvero un bel compleanno. E dopo cena? Tutti in piazza a ballare!
La serata di Ferragosto invece, e anche l’ultima della nostra vacanza, l’abbiamo passata ancora con la super coppia Ale&Ele a Santa Maria al Bagno. Anche qui non posso far altro che decantare la scelta del ristorante Art Nouveau dove abbiamo mangiato forse il miglior pesce della vacanza. Elegante e con un menu davvero notevole, è un ristorante assolutamente consigliato (ancora una volta, meglio prenotare).

L’ultimo giorno di vacanza, nonostante la tristezza di dover tornare, è stato comunque molto bello. Sulla via per Bari, aeroporto da cui ripartivamo, ci siamo fermati nella super pittoresca Polignano a Mare. La città di Checco Zalone e Domenico Modugno assomiglia tantissimo a una cittadina greca, colorata e con un panorama mozzafiato che si può godere da diversi punti panoramici. Posto ideale per riempirsi gli occhi dei più bei colori dell’estate prima di rientrare a Milano.

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Polignano a Mare

Davvero ultima tappa è stata Bari, appunto, vecchia (bellissima) e nuova. Molto diversa dalla barocca Lecce, anche questa città però ha un suo fascino che la rende molto simile a Oporto fra vicoletti coi panni stesi, chiese maestose e piazze bianchissime. Merita certamente una visita.

Che dire… è stato un viaggio stupendo, ricchissimo, che mi ha fatto innamorare della Puglia, regione ospitale e bellissima. Con la speranza di tornarci presto, ringrazio chi era con me, Marco (alias Walter, il fotografo della vacanza – presto spero in una sua gallery), Roberto, Paola e, soprattutto, Ivan (che mi ha sopportata più di tutti e ha fatto in modo che potessi esserci anche io), tutti quelli che abbiamo incontrato sul percorso e tutti quelli che non c’erano, ma ci seguivano sui social e chat varie – ormai siamo sempre tutti collegati, vero Perfetti ma non troppo?

“I know it’s late but we can make it if we run”

Working Class Heroes - Il New Jersey cantato da Bruce Springsteen di Emanuele Reguzzoni

               Working Class Heroes – Il New Jersey cantato da Bruce Springsteen                                  di Emanuele Reguzzoni

In questi giorni va così: si parla di arte – si vede che mi sto godendo le vacanze, vero? – e oggi voglio invitare vicini e lontani ad andare a visitare una mostra fotografica davvero bella che io ho avuto la fortuna di visitare con una audio guida umana d’eccezione: Working Class Heroes – Il New Jersey cantato da Bruce Springsteen, di Emanuele Reguzzoni, allestita e curata da Veronica Azimonti, all’interno dello spazio Arte Giovani della Biblioteca di Busto Arsizio.

Sarà perché io sono innamorata dell’America, delle linee (ho scoperto che mi piacciono tantissimo), delle case dei quartieri residenziali che mi ricordano tanto Desperate Housewives, della popolata solitudine di molti luoghi, dei colori di una certa parte degli States, così malinconica e sospesa… ma il reportage fotografico di Emanuele Reguzzoni, architetto fotografo di Busto Arsizio, vale la pena di essere visto (c’è tempo fino al 19 gennaio).

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foto di Emanuele Reguzzoni

Lo spunto da cui tutto prende vita è Bruce Springsteen e i suoi luoghi, quelli che il rocker canta da sempre e che impregnano le sue strofe. Un’America di periferia, che a vederla sembra quasi abbandonata, ma così suggestiva, poetica. Il New Jersey, così vicino alla metropoli per eccellenza, New York, ma fatto di quartieri dimenticati, percorso da lunghe strade deserte, popolato di locali che hanno fatto la storia della musica accanto a casinò diroccati e piccole case con la loro immancabile bandiera americana affissa fuori.
Emanuele, attraverso le sue 30 (+1) fotografie mostra, in un percorso accompagnato dalle strofe delle canzoni del Boss, la faccia più autentica della working class, i luoghi di una America semplice, legata alla sua terra, al lavoro, sospesa fra passato – quello della giovinezza di Springsteen che ha abitato questi luoghi prima di diventare famoso (ma a cui ancora oggi torna spesso) – e futuro, che sembra non arrivare mai in posti come Asbury Park, città a cui il cantante ha dedicato il suo primo album, del 1973, Greeting from Asbury Park.

foto di Emanuele Reguzzoni

foto di Emanuele Reguzzoni

Ma questa non è una mostra per soli appassionati del Boss. Io, ad esempio, l’ho conosciuto giusto di recente grazie alla sua vicinanza e appoggio al presidente degli States, Barack Obama che, suo grande fan, ha dichiarato: “ho scelto di fare il presidente solo perché non potevo essere Bruce Springsteen“, ma mi è piaciuta moltissimo perché è perfetta per chi ama le belle fotografie che sanno raccontare tanto e dove è facile perdersi e immaginare storie, vite ed emozioni. D’altra parte anche i testi del Boss (e alcune delle più famose strofe fanno da didascalia alle fotografie) sono carichi di significato, tanto che nel 1991 l’attore e regista Sean Penn ha prodotto il film The Indian Runner ispirandosi completamente a una sola canzone di Springsteen, Highway Patrolman. E forse proprio così, anche lui ispirato dalle stupende immagini di Emanuele, che Paolo Gamerro ha partorito L’ultimo, un racconto breve che fa da sfondo a questa mostra.
Immagini e parole che vi consiglio di non lasciarvi scappare.

foto di Emanuele Reguzzoni

foto di Emanuele Reguzzoni

Ps: ma qualcuno ha individuato la citazione che ho scelto come titolo? Viene da Thunder Road, considerata una delle più belle canzoni rock di tutti i tempi e uno dei capisaldi della musica del Boss. Perché, in effetti, non manca molto alla chiusura della mostra, ma se vi spicciate, non ve la perdete!

 

 

Love u Mom

Il 13 maggio è la festa della mamma. Probabilmente siete già tutti pronti, io l’ho scoeprto oggi perché su queste feste non sono proprio ferrata. Ecco allora che approfitto per dare un consiglio regalo a chi, come me, è ancora senza idee. Ho avuto, infatti, il piacere di ricevere io stessa un omaggio (e per questo ringrazio tantissimo Valentina) che può esser tranquillamente “riciclato”. Non il mio, ovviamente, che sto già usando, ma l’idea: Paperblanks ha lanciato una special edition dei suoi quaderni. I modelli disegnati da Laurel Burch, “Fioritura”, in 4 delicate versioni, oppure  la collezione “Carta Broccato” in 5 varianti o i modelli “Seta francese”, come il mio che è splendido. Tutte agende carinissime e a un prezzo davvero accesibile. Auguri mamme!

Superare, forse

Sono giorni che mi pongo insistentemente una domanda: quando passa? Mi si potrebbe obiettare: tutto dipende da cosa si vuol far passare. Ma la mia è una domanda riferita al dolore, in generale. Che sia dolore scaturito da una perdita, un lutto, oppure un dolore nato da un’emorragia: di lacrime, di amore, di speranza. Sono alcuni mesi che mi trovo impantanata, soffocata, fra dubbi e in un mix di emozioni da cui non so salvarmi. Sono ingolfata. Eppure dicono che passi, tutto passa. Chiaro. Ma quando? Se qualcuno conosce una ricetta, un vecchio rimedio della nonna, un antidoto al dolore, prego di segnalarmelo. Inutile che si sponsorizzi “il chiodo scaccia chiodo”, il sesso, i ricordi positivi, le immagini belle per dimenticare quelle brutte. Non serve. Il nuovo non sostituisce il vecchio. Un’immagine si sovrappone, non cancella quella sotto. Quindi? Solo il tempo cura le ferite? E in quanto va quantificato questo benedetto tempo? Alcuni suggeriscono di confrontarsi col dolore. Scontrarsi con lui per caso tutti i giorni non basta. Imbattersi involontariamente in ricordi, facce, emozioni non vale. Pare si debba proprio fermarsi, guardarlo dritto negli occhi questo dolore e riuscire a dire: “non ne vali troppo la pena, alla fine”. Ma dev’esser un pensiero sincero, altrimenti raccontarsela non serve. Arrivare a quel pensiero, è proprio quella la parte difficile. Sembra un gatto che si morde la coda. E io mi mangio le mani.