Facciamo che io ero io (a vedere Lastrico)

maurizio lastrico

Premesso che io non amo ridere – non nella vita, figuriamoci, ma davanti a un film, a uno spettacolo, a un quadro. Mi piacciono le cose introspettive, i film un po’ drammatici che ti fanno pensare, le fotografie da interpretare, i libri che mentre li leggi ti ritrovi spesso in lacrime o depresso. Però ieri sono stata a teatro a vedere Facciamo che io ero io, lo spettacolo di Maurizio Lastrico in scena al teatro Elfo Puccini di Milano fino a domani (12 maggio 2013). Il suo è uno spettacolo comico, ma io non lo sapevo. Lo ammetto, non conoscevo lui – seppur sia in tv dal 2009, prima con Zelig Off, poi con Zelig, sia già alla sua seconda tournee nazionale, e molte altre belle cose, non sapevo che tipo di spettacolo sarei andata a vedere e manco il titolo (no, non sono una pazza, sono andata sulla fiducia perché una mia cara amica – La Ross – lavora nella produzione e me lo raccomandava caldamente: mi sono fidata). Quindi quando si sono spente le luci e lui ha iniziato lo show non ero pronta a ridere di gusto, non sono nemmeno troppo abituata. Eppure le risate partono da sole. Le sue battute recitate in versetti (pseudo)danteschi riescono a far ridere la gente di gusto senza essere necessariamente sessualmente o politicamente connotate – si sa che per far ridere basta parlare di sesso, Berlusconi e cacca. E in effetti comunque questi tre temi ci sono tutti nei suoi sketch, ma non fanno lo spettacolo, lo completano, lo alleggeriscono. Il pezzo in assoluto più divertente, a mio parere, è quello sulla caotica esistenza di un barista genovese che Lastrico dice averlo molto ispirato per il suo lavoro. Una scena di circa 10-12 minuti in cui sul palco sembra davvero di avere più personaggi e che il bar sia vivo e animato da situazioni surreali proprio davanti agli occhi degli spettatori. Molto simpatiche anche le riletture dei testi religiosi come l’Antico Testamento e la vita di Gesù come omaggio alla mamma di Lastrico, devota praticante (così almeno racconta lui dal palco).
Tutto lo spettacolo è come un flashback del passato: persone, situazioni, emozioni di un Maurizio che fa della propria genovesità il suo marchio di fabbrica e che non tenta in nessun modo di celare – scordatevi la dizione del teatro classico, scordatevi un artista immobile che lascia ai testi (davvero pazzeschi, indiscutibili, bellissimi) lo spazio e la centralità della scena. C’è tutta la fisicità e l’entusiasmo dell’uomo, dell’attore, a far da padrone sul palco, abbastanza scarno, ma assolutamente efficace al racconto.

Insomma uno spettacolo (con la regia di Gioele Dix) che vale proprio la pena di vedere questo week end perché sono gli ultimi due giorni e poi, ancora, non si sa dove andrà.

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