Fra and the City

Dicono che sia terapeutico, per cui oggi proverò a mettermi nei panni della famosa Carrie Bradshaw (la protagonistissima di Sex anfd the City), da sempre mia fonte di ispirazione (il nome di questo blog ne è l’esempio), e proverò a imitare la sua fortunata rubrica, Sex and the City, appunto. Carrie dalle colonne del New York Star analizza con le lettrici problemi di cuore, sesso e casini amorosi vari, facendosi più domande di quante risposte in realtà riusca a dare e a darsi.
Ebbene eccomi qui ad analizzare come sorpavvivere alla fine di un amore, quando la fine non è una scelta propria. Così di acchito, mi viene da rispondere che non si può, che non è fisicamente e mentalmente possibile “guardare avanti”, “farsene una ragione”, “accettare quanto è accaduto”. Io dico no: non si può chiudere una ferita come si chiude la zip di una borsa, non basta cancellare qualche sms troppo doloroso da rileggere o staccare fotografie e bigliettini amorosi dalle pareti per star bene. Risollevarsi è difficile, e, si spera, non impossibile. Qualcuno dice che bisogna farsi aiutare, farsi sostenere dagli amici, dalla famiglia, oppure trovarsi subito degli interessi nuovi o riprendere in  mano quelli vecchi. Ma come si fa, se l’unico interesse di chi ha il cuore affranto sarebbe quello di riparare i cocci del proprio amore andato in frantumi? Finita una storia bisogna superare almeno tre fasi: trauma, dolore e rabbia (da Glamour, giugno 2011) prima di ricominciare davvero a vivere. La fase del trauma è sicuramente la più dura, forse perchè la più vicina temporalmente all’abbandono. Il nostro cervello in questa fase rifiuta ciò che è accaduto, e come dargli torto se la rottura è stata improvvisa e, come in certi casi, nemmeno dovuta a problemi di coppia ma, magari, al malessere personale e indipendende di uno dei due? Nessuna colpa, ma stesso risultato: ci si trova soli. Anche realizzare questo, comunque, è difficile, dolorosissimo e, spesso, alienante. Chi ci vuole bene in questo caso dovrebbe capire dove mettersi e quanto pretendere da noi, senza chiedere di “reagire”, “uscire che fa bene”, ma soltanto facendo sapere di esserci. Questo serve. Uscire con gli amici è utile, invece, quando si raggiunge finalmente la “rabbia”. Ma raggiungere questa tappa non è un traguardo, quanto una rassegnazione legalizzata. Si prova talmente tanto dolore quanto la persona che ami si allontana da te, che ci si inizia a chiederte se non sarebbe stato meglio provare meno amore, se non sarebbe stato più facile crederci di meno, se non sarebbe stato giusto che non fosse mai iniziata, se tanto doveva andare così… ma in realtà, quello che ci si continua a ripetere, è che sarebbe stato meglio se non fosse mai finita.

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