Punk is not dead

Oggi ospiterò su questa bacheca un pezzo scritto dal mio amico e collega Gabriele Gambini in onore di Malcolm McLaren, indimenticabile manager dei Sex Pistols e inventore del punk morto a 64 anni l’8 aprile 2010 i cui funerali si sono svolti giovedì 22 aprile a Londra nel cimitero di Highgate.
La bara, trasportata da un carro trainato da cavalli neri, portava uno dei motti del punk  (nonchè nome che assunse nel 1972 il  negozio di abbigliamento di Malcolm McLaren e sua moglie Vivienne Westwood) scritta sul fianco: Too fast to live, too young to die. Il corteo ha attraversato il quartiere di Camden Town seguito da un autobus doubledecker seguiva suonando il grande classico di Sid Vicious, My Way.

Anarchia e ribellione, questo era il motto del movimento punk, che negli anni ’70 vedeva in band come Sex Pistols, New York Dolls, Clash e Ramones i punti di riferimento principali. Uno degli artefici del successo dei Sex Pistols e dei New York Dolls è stato senza dubbio Malcolm Mclaren, che ha contribuito a coniare un’arte, uno stile, capace di terrorizzare e poi blandire un’intera generazione di benpensanti borghesi, quelli che dapprima identificavano il punk come un pericolo e che poi l’hanno abbracciato come una moda. Ai funerali erano presenti la moglie Vivienne Westwood, Bob Geldof e centinaia di giovani ribelli, giunti apposta per ricordare un simbolo. Cosa c’è di più comune e di meno comune della morte, del resto. Muoiono tutti ma ogni volta che muore qualcuno è come un capodanno alla rovescia: un capodanno in cui ributtare lo champagne nelle bottiglie chiudendo i tappi perché se non la vita, almeno la morte, abbia un senso.

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