Rieccomi. E riecco i vampiri

Mi scuso di nuovo per la lunga assenza, spero di potervi l più presto raccontare il motivo di queste mie sparizioni.

Ritorno però riprendendo un argomento già trattato in passato e che è, come prevedevamo, ha avuto un grande successo: i vampiri, e tutto ciò che ci sta intorno.

Dracula è tornato. Ma è cambiato parecchio. Abbandonato il mantello nero, scompigliata la pettinatura e limate unghie e canini, il novello principe delle tenebre si confonde tranquillamente con gli esseri umani.
Scompare la paura. I vampiri moderni, infatti, non terrorizzano più inermi fanciulle, piuttosto se ne innamorano, e usano i loro poteri per far del bene.
Nella saga Twilight di Stephenie Meyer, apripista della nuova mania, Edward, il vampiro protagonista, è un adolescente (ha 17 anni da un secolo), pallido come da tradizione, ma di bella presenza e buone maniere, che ai coetanei fa più invidia che spavento. Il mix di mistero e fascino dark fa breccia nel cuore dell’umana Isabella, dando vita a un amore romantico e non privo di ostacoli.
Come in True Blood, la serie prodotta negli Stati Uniti da Hbo, nata dal successo della collana Southern Vampires di Charlaine Harris. In una Louisiana del futuro (già teatro del romanzo di Anne Rice, e film, Intervista col vampiro) la pacifica co-esistenza tra vampiri e uomini è assicurata da una particolare miscela di sangue sintetico, che è in grado di placare la sete dei vampiri senza che debbano così attaccare gli umani. Ancora una volta l’attrazione tra i due mondi si concretizza in una romantica e problematica relazione: quella tra la cameriera Sookie e il vampiro ultracentenario Bill. I due, oltre alla differenza d’età, devono combattere contro i radicati pregiudizi dei reciproci mondi, una sorta di Romeo e Giulietta in chiave pulp.
Insomma, i giovani non-morti di oggi sono ragazzi come tanti, vivono in cittadine qualunque, non dormono in bare e non si squagliano al sole. E soprattutto sono casti. Non c’è sesso tra Edward e Isabella in Twilight, manca del tutto la carica erotica dei morsi sul collo e del sangue succhiato. Il loro è un amore romantico, pre-sessuale.
La ragione, secondo Gianfranco Manfredi, autore di Ho freddo, una storia di vampirismo e malattia ambientata nell’America del XVIII secolo, è che «il rito del sangue appartiene a tradizioni dell’Europa dell’Est. In America, invece, furono le scoperte dei resti di persone affette da consunzione da Tbc, a ispirare la letteratura. Pallidi, emaciati, spettrali, i malati erano scambiati per vampiri e isolati per paura del contagio. Da qui la variante americana del vampirismo».
Il vampiro contemporaneo rappresenta invece un outsider sensibile, che vive sì ai margini dalla società cosiddetta normale, ma non viene odiato dagli umani, perché cerca l’amore, l’integrazione.  Nulla a che vedere con i non-morti del mito di derivazione illuminista, che incarnavano la mancanza di credo nell’aldilà e la forte avversione alla sessualità tipica della società vittoriana. Come nel gotico Dracula di Bram Stoker del 1897, impregnato di erotismo e dannazione. Il conte Dracula (Vlad III di Valacchia, detto l’impalatore), aristocratico straniero che sovverte l’ordine borghese e vittoriano di Londra, è detestato dagli uomini, che si coalizzano per combatterlo sotto la guida del professor Van Helsing, ma una vera calamita per le donne, perdutamente attratte dal suo morso, metafora del godimento sessuale, all’epoca proibito al genere femminile – nel film di Francis Ford Coppola tratto dal romanzo, Mina sposerà Jonathan Harker, ma dopo aver ceduto alla seduzione di Dracula.
E anche se oggi siamo lontani dall’epoca vittoriana, il vampiro rimane un’icona erotica, ma che si innamora, non cede facilmente al desiderio sessuale e non fa più paura.
Già nella serie tv Buffy l’ammazzavampiri del 1997, la protagonista, pur combattendo i vampiri, si innamora di due di loro, archetipi di contrapposti modelli d’uomo. Ha una storia con Angel, il bravo ragazzo che nasconde un lato oscuro e che se fa l’amore con lei diventa malvagio (il sesso anche qui torna ad essere un tabù, come nell’Ottocento e come in Twilight, saturo di precetti mormoni a cui l’autrice è fedele), ma è attratta anche da Spike, il bello e dannato che può essere redento.
Il triangolo amoroso è stato ripreso sia dalla Meyer, che in New Moon, secondo capitolo della Twilight Saga, mette Isabella al centro fra Edward e il lupo mannaro Jacob, per tradizione nemico assoluto dei vampiri (come già nel film Van Helsing, del 2004, in cui Dracula poteva essere ucciso solamente dal morso di un licantropo), che da Lisa J. Smith che nel suo The vampire diaries (già telefilm, presto anche in Italia), narra i dubbi amorosi di Elena, un’adolescente indecisa fra due fratelli succhiasangue dall’apparenza umana.
Quel che predomina, comunque, è un sovrannaturale addomesticato, che cerca di rendersi identico al naturale. Lontano dall’idea di Stephen King secondo cui la dimensione “altra” del mondo dovrebbe colare a poco a poco nella nostra, come liquido dal fondo di un sacchetto di carta, contaminandola.
Oggi più che la morte, sembra essere la diffusione della malattia una delle più grandi paure sociali, e il vampiro, comunque lo si travesta, incarna l’idea del contagio.
L’accresciuto timore verso quel che temiamo condiziona, quindi, la scelta degli scrittori di ammorbidire la figura mitica dei vampiri, morti che tornano, personificazione di una tremenda anomalia sociale che si estende proprio attraverso il contagio, rendendoci contemporaneamente vittime e colpevoli. Rappresentarli belli, romantici e desiderosi di far del bene ci rassicura, allontanando almeno un poco il pericolo e la paura.
Si preferisce pensare che il male sia “fuori”, “lontano”, perché è un modo per separarlo da noi. Fin dal romanzo di Bram Stoker, infatti, se a Londra le giovani donne si ammalavano di vampirismo, la causa era da ricercarsi nei Carpazi, non nella illuminata Inghilterra.
Come ha affermato Joanne Harris, una delle prime autrici a raccontare i vampiri nel libro Il seme del male del 1989 e appena ripubblicato, «Le storie di vampiri tornano ciclicamente perché raccontano di malattia e morte, sessualità e repressione», temi ancora cari al nostro tempo, destinati dunque a sopravvivere alla storia e alla letteratura.

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