Il 13 maggio è la festa della mamma. Probabilmente siete già tutti pronti, io l’ho scoeprto oggi perché su queste feste non sono proprio ferrata. Ecco allora che approfitto per dare un consiglio regalo a chi, come me, è ancora senza idee. Ho avuto, infatti, il piacere di ricevere io stessa un omaggio (e per questo ringrazio tantissimo Valentina) che può esser tranquillamente “riciclato”. Non il mio, ovviamente, che sto già usando, ma l’idea: Paperblanks ha lanciato una special edition dei suoi quaderni. I modelli disegnati da Laurel Burch, “Fioritura”, in 4 delicate versioni, oppure la collezione “Carta Broccato” in 5 varianti o i modelli “Seta francese”, come il mio che è splendido. Tutte agende carinissime e a un prezzo davvero accesibile. Auguri mamme!
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Pausa merenda
20 aprile 2012Ci sono momenti durante la giornata in cui una pausa merenda è d’obbligo. Magari mentre aspetti che la soubrette di turno, che dovevi intervistare alle 11 ed è arrivata a mezzogiorno, si trucchi con grande calma (tipo 90 minuti di trucco e parrucco) facendoti saltare la pausa pranzo e allora qualcosa deve intervenire in tuo aiuto. Io oggi ho scelto una “pausa Pringles” e sapete perchè? Perchè quelle nuove, più gustose delle vecchie, sono senza alcuna aggiunta di grassi. Mica male, no? D’altra parte la prova costume si avvicina, così come tutti i matrimoni che mi aspettano la prossima stagione (avete mai pensato che le foto dei matrimoni rimangono per sempre e bisogna essere quindi al top e spiccare fra gli invitati?), e quindi pure la merenda dev’esser coscienziosa. Vi consiglio di provare quelle Rosemary&Olive oil, troppo buone! Uno dei gusti nuovi presentati in un bellissimo evento che c’è stato lo scorso 29 marzo a Milano. Gnam e buona pausa a tutti

Superare, forse
17 febbraio 2012Sono giorni che mi pongo insistentemente una domanda: quando passa? Mi si potrebbe obiettare: tutto dipende da cosa si vuol far passare. Ma la mia è una domanda riferita al dolore, in generale. Che sia dolore scaturito da una perdita, un lutto, oppure un dolore nato da un’emorragia: di lacrime, di amore, di speranza. Sono alcuni mesi che mi trovo impantanata, soffocata, fra dubbi e in un mix di emozioni da cui non so salvarmi. Sono ingolfata. Eppure dicono che passi, tutto passa. Chiaro. Ma quando? Se qualcuno conosce una ricetta, un vecchio rimedio della nonna, un antidoto al dolore, prego di segnalarmelo. Inutile che si sponsorizzi “il chiodo scaccia chiodo”, il sesso, i ricordi positivi, le immagini belle per dimenticare quelle brutte. Non serve. Il nuovo non sostituisce il vecchio. Un’immagine si sovrappone, non cancella quella sotto. Quindi? Solo il tempo cura le ferite? E in quanto va quantificato questo benedetto tempo? Alcuni suggeriscono di confrontarsi col dolore. Scontrarsi con lui per caso tutti i giorni non basta. Imbattersi involontariamente in ricordi, facce, emozioni non vale. Pare si debba proprio fermarsi, guardarlo dritto negli occhi questo dolore e riuscire a dire: “non ne vali troppo la pena, alla fine”. Ma dev’esser un pensiero sincero, altrimenti raccontarsela non serve. Arrivare a quel pensiero, è proprio quella la parte difficile. Sembra un gatto che si morde la coda. E io mi mangio le mani.

Portogallo dreaming
11 settembre 2011Potrebbe essere il primo post di una lunga serie, oppure rimanere un caso isolato questo desiderio di raccontarvi la mia vacanza estiva. Fatto sta che, consigliando vivamente questo viaggio portoghese, vi racconto 7 giorni meravigliosi: da Porto a Lisbona, tutto d’un fiato.
Giorno1
Siamo partiti, io, Lollo e Anna, il pomeriggio del 14 agosto (giorno del mio compleanno) con un volo in ritardo di un’ora della Tap (compagnia di bandiera portoghese) da Malpensa: ritardo e aspetto scandalosamente poco sicuro dell’aereo a parte, siamo giunti felicemente all’aeroporto di Oporto dove, arrivate molto velocemente le valigie, abbiamo ritirato (iniziando a farci un’idea dell’assoluta lentezza e disorganizzazione portoghese) in circa 75 minuti la nostra auto noleggiata con Guerin. Prima nota dolente della vacanza: Fiat Punto Evo pagata come l’oro assolutamente inadatta alle continue salite e discese del paese più irregolare del mondo. Compagnia di noleggio pessima, per giunta. Quindi, se potete, noleggiate con altri e non accettate la Evo. Abbiamo comunque alla fine raggiunto il Residencial Faria Guimarães (wi fi gratis) in Rua Faria Guimarães 179, il nostro alberghetto dignitoso ed economicissimo, molto vicino al centro città. Lo consiglio sicuramente per la posizione, il costo, la pulizia e la gentilezza del personale, un po’ meno per il bagno che avevamo noi in camera che, nel nostro caso, era tipo stato ricavato in un ex armadio secondo me, quindi era piccino e non comodissimo, ma per una notte e per quello che abbiamo speso, direi che non ci si può proprio lamentare.
Porto è una città romanticamente decadente, piuttosto lugubre (non c’era un gran bel tempo quando siamo arrivati noi, e forse questo ha contribuito) e che rispecchia in pieno la saudade portoghese. La domenica poi era tutto, e dico tutto, chiuso, quindi difficile anche analizzare. Perciò anche tutti i ristoranti raccomandati avevano la serranda abbassata e non posso consigliarvi quello dove siamo finiti noi, tal A Brasileira, dove abbiamo mangiato decisamente male, nonostante la solerzia del cameriere e l’impegno del pianista che animava il locale che mi ha cantato in tutte le lingue possibili “Tanti auguri”.
Giorno 2
Il 15 abbiamo ancora dedicato la mattinata a Oporto, girovagando e pranzando nella zona “al di là del ponte”, dove ci sono tutte le cantine del famoso e omonimo vino. Purtroppo, essendo ferragosto, anche qui con le aperture non abbiamo avuto fortuna, e le cantine le abbiamo apprezzate da fuori. Per il pranzo abbiamo scelto Bacalhoeiro, un ristorante dove abbiamo mangiato spiedini di pesce piuttosto buoni, ma non molto caldi, e decisamente non imperdibili. Molto bello però il locale che ha alcuni tavolini fuori, proprio sulla strada, e un locale interno molto curato dove abbiam mangiato noi.
Lasciato Porto, ci siamo diretti verso la nostra seconda tappa: Braga, una bella cittadina un po’ più a nord. Qui abbiamo visitato la cattedrale , i vicoletti del centro, il giardino botanico alle spalle della biblioteca, ma soprattutto abbiamo assaggiato per la prima volta una delle cose più buone da mangiare in Portogallo: i pastéis de nata, altrimenti chiamati pastéis de Belém, luogo in cui sono nati, ma davvero buoni anche qui. Per la cena poi abbiamo scelto un grazioso bistrot: la taperia Palatu in rua Dom Alfonso Henriques 35, dove abbiamo bevuto sangria e assaporato un altro dei piatti tipici portoghesi: un pasticcio d’uovo con asparagi e dadini di prosciutto affumicato, una vera delizia per una modica cifra. Qui buono anche il caffè. La notte l’abbiamo trascorsa nell’hotel Dom Vilas (wi fi gratis), un modesto, ma dignitosissimo, alloggio. Camera grande e pulita, arredo spartano, così come la colazione, ma comunque consigliabile.
Giorno 3
Il mattino del 16 abbiamo visitato il Santuario do Bom Jesus do Monte che si trova a 7km da Braga, ma vale decisamente la pena. Essendo un po’ in montagna fa un po’ più freschino e si deve fare una bella salita per raggiungerlo, ma il belvedere è davvero meritevole. Lasciato il santuario siamo partiti alla volta di Guimaraes, una cittadina nel distretto di Braga, dove abbiamo visitato il Paço dos Duques de Braganç (scambiandolo involontariamente per il più famoso, e credo meritevole, castello), costruzione gotica che ormai ha decisamente poco della bellezza originale, e la chiesa di Nossa Senhora de Oliveira, proprio in centro città. Cittadina carina, ma giusto una tappa di passaggio per arrivare nel pomeriggio a Coimbra. La città di Coimbra è famosa per la sua Università, fondata nel 1290, fra le prime in Europa e decisamente la main attraction del luogo. Ad oggi è il maggior centro universitario del paese anche se fu in realtà fondata a Lisbona e trasferita a Coimbra poi nel 1537. Da allora ha avuto fra i docenti i maggiori intellettuali e artisti europei e questo le ha dato fama facendola assurgere a centro universitario di eccellenza. Altra eccellenza del luogo è di certo il ristorante Ze Neto (R. Azeiteiras 8), dove ho mangiato il miglior agnello della mia vita, così come dolci da vero capogiro. C’è sempre molta gente, quindi è bene armarsi di pazienza, che viene poi ripagata dalla qualità del cibo, dalla gentilezza dei proprietari e del conto assolutamente onesto. Siamo usciti con la convinzione che valga la pena passare da Coibra anche solo per cenare qui. Da provare. La notte l’abbiamo tascorsa all’hotel Dona Inês (no wi fi gratis, davvero brutto gesto), non male a livello di colazione, piuttosto abbondante, ma pessimo per quel che riguarda il personale e le stanze: decisamente piccole, soprattutto per noi che eravamo in 3. Dovessi tornare, cercherei altrove.
Giorno 4
Lasciata Coimbra, siamo partiti alla volta di Tomar, cittadina pittoresca, dove abbiamo visitato il bellissimo Convento dell’Ordine di Cristo (visita di circa 90 minuti, ma ne vale la pena), il centro storico e il lungo fiume (davvero ben fatto) e la sinagoga, che consiglio giusto se vi ci imbattete passeggiando a caso nei vicoletti cittadini perchè non è nulla di che. Pranzo pessimo in un ristorante italiano segnalato anche sulla nostra Lonely Planet, ma davvero senza motivo. Non mi ricordo nemmeno il nome, ma rifuggete da tutto ciò che dovrebbe esser italiano e fermatevi in un baretto a caso, avrete di certo più soddisfazione. Ripresa la nostra Evo, siamo poi giunti a Fatima, dove abbiamo fatto tutto ciò che si deve, e cioè acceso i ceri, pregato nella chiesa vecchia e in quella nuova, risparmiandoci solo il percorso d’espiazione sulle ginocchia dall’uno all’altro edificio. Per chi crede, un giro val la pena di farlo in questo luogo di culto, per chi non crede invece, ritengo sia comunque un’esperienza da fare, soprattutto se decidete di soggiornare come noi in un albergo a 4 stelle super lusso. Il motivo della scelta esosa? Abbiamo approfittato di una offertona booking.com che offriva questo albergo praticamente sulla piazza centrale a un terzo della cifra di listino: hotel Santa Maria, consigliatissimo. Per la cena, però, ci siamo trasferiti a Leiria, cittadina a una mezz’ora da Fatima, perchè a Fatima non c’è davvero nulla. Qui abbiamo cenato in un gran posto che consiglio vivamente: Mata Bicho, nella piazza principale. Una specie di bistrot, unito a un carinissimo localino notturno, dove si mangiano vere prelibatezze (tipo un formaggio simil gorgonzola con dei mini fichi da leccarsi i baffi) e si beve davvero bene, sempre a una cifra contenuta. Consigliatissimo.
Giorno 5
Lasciata la città dell’apparizione e dei segreti, verso ormai Lisbona, ci siamo fermati prima a Alcobaça, dove abbiamo visitato il fantastico Monastero di Santa Maria (visita un’oretta circa) e gustato un’altra delle prelibatezze del Portogallo: una cornucopia, tipo di pasta di frittella, alla crema d’uovo e cannella. Qualcosa di eccezionale. Altra tappa pre Lisboa, ci siamo fermati a Obidos, un gioiellino di cittadina, molto simile a un paesino greco, sui toni del bianco e blu, casette colorate e baretti contornati di fiori, davvero bella. Qui abbiamo pranzato mangiando frittata di gamberi alla Adega do Ramada, sotto le mura in Travessa Josefa d’Obidos. Ottima. Nel tardo pomeriggio poi, siamo giunti a Lisbona. Trovato il nostro hotel (As Lisbona, wi fi gratis e metro proprio all’uscita, qundi comodissima), che sembrava molto più un motel, abbiamo preso la metro per il centro (Rossio) e abbiamo iniziato a vedere le zone più turistiche e comunque imperdibili, fra cui Praça da Figueira, Praça do Comércio, Rua Augusta, Elevador de Santa Justa, Praça Marquês de Pombal per poi andare su al Barrio alto e cenare. Abbiamo scelto un ritorante che ci hanno consigliato due amici conosciuti a Coimbra e che vale decisamente la pena, A Camponesa de Santa Catarina (rua merechal saldanha 23), dove abbiamo bevuto un ottimo vino e mangiato un tonno divino, per non parlare del dulce de leiche, il più buono che io abbia mai mangiato. Da provare. Il dopo cena è stato trascorso fra una tequila e l’altra nei fantastici baretti del barrio dove si beve tanto e si paga poco. Unica pecca sono le gambe estremamente pesanti che uno si deve trasciare poi in giro il giorno dopo in una città che è tutta una salita e discesa.
Giorno 6
Il secondo giorno lisbonese abbiamo deciso di iniziare la visita della città partendo dal Castelo de São Jorge da cui si vede tutta la città e per arrivarci, essendo posto sopra il quartiere dell’Alfama, bisogna fare parecchia strada in salita. Si può anche prendere uno dei fantastici trammini che portano quasi fino al castello, passando dal Miradouro de Santa Luzia, imperdibile. Il castello comunque bello, vale la pena visitarlo per vedere Lisbona dall’altissimo e anche per il periscopio installato su una torre che permette di ammirare un panorama molto particolare della città. Scesi dal castello, abbiamo deciso di visitare il quartiere Expo, il più moderno di Lisbona, nuovissimo perchè nato intorno al 1998, anno appunto dell’esposizione internazionale. Da qui parte il ponte più lungo d’Europa, quello di Vasco da Gama, con i suoi 17,2 km di lunghezza, e vi sono diverse strutture e musei fra cui l’oceanografico e il museo della scienza. La sera poi, abbiamo deciso di andare a cena sul mare, a Cascais, cittadella a una mezz’ora da Lisbona (poi noi ci abbiamo impiegato circa 1h e 30 min ad arrivare perchè, causa festival estivo, c’era tutto il mondo a Cascais quella sera). Lì abbiamo cenato in un bel posticino, all’Apeadeiro, sull’Av. Vasco da Gama 252, dove abbiamo gustato la tipica picanha, la carne alla griglia brasiliana/portoghese, tagliatelle ai gamberi e Martini, Porto di ottima qualità e cheesecake ai lamponi, come sempre stando sulla ventina di euro a testa. Visti anche i fuochi d’artificio sul mare, siamo tornati poi in hotel.
Giorno 7
Finalmente è arrivato il giorno di Belem e dei suoi tipici Pasteis, qualcosa di assolutamente godurioso e buonissimo. Dopo aver visitato la cattedrale di Belem, con annesso monastero (Monastero dos Jerónimos), molto bello, ci siamo fiondati a far colazione alla Antigua Confetaria de Belem, in rua de Belem 84, dove abbiamo assaporato seduti a un tavolino in una delle mille sale interne della pasticceria, i nostri pasteis caldi e croccanti, spolverati di cannella e zucchero. A farci compagnia poi, Simone, un ragazzo che abbiamo conosciuto lì che ci ha raccontato storie bellissime su Lisbona e il Portogallo, allietandoci la degustazione e dandoci molti consigli su come godersi al meglio la città. Tornati in centro abbiamo deciso di buttarci fra gli strordinari vicoli dell’Alfama, il quartiere più antico e suggestivo di Lisbona. Qui non c’è un percorso da seguire, ogni vietta ha il suo bello e val la pena di lasciarsi guidare unicamente dall’istinto. Tornando in hotel abbiamo poi percorso la famosa avenida da liberdade, dove purtroppo però tutti i negozi fashion erano chiusi, nonostante fosse sabato pomeriggio, ma probabilmente erano ancora chiusi per ferie. La nostra ultima sera l’abbiamo passata girando ancora per i più famosi quartieri del centro, Baixa, Rossio, Piazza del commercio, fino al Barrio Alto, dove abbiamo cenato in un ristorante fantastico, mangiando una delle cose più buone della vacanza a mio giudizio: la salsiccia di bacalhau (alhei bacalhau), e cioè una vera salsiccia, ma con all’interno il pesce e non la carne come siamo soliti mangiarla noi. Abbiamo anche bevuto il vino verde Alvarinho, altra particolarità del luogo e assaggiato diverse altre specialità, fra cui il riso dolce al latte e cannella. Per godere di tutte queste prelibatezze: Patanisca Catrarisca (on line sembra che il ristorante non ci sia, ma vi giuro che è questo il suo nome), rua da rosa 151. Il personale è gentilissimo, assolutamente portoghese come la sua cucina, da provare. Così si è conclusa la nostra meravigliosa vacanza on the road e che, grazie alla splendida compagnia dei miei amici Anna e Lollo, non dimenticherò mai. Un grazie anche a tutte le persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino, di molte delle quali non so nemmeno il nome, ma che hanno contribuito a rendere ancora più speciale il nostro viaggio con consigli, pareri e anche solo 4 chiacchiere fra italiani.

Fra and the City
23 maggio 2011Dicono che sia terapeutico, per cui oggi proverò a mettermi nei panni della famosa Carrie Bradshaw (la protagonistissima di Sex anfd the City), da sempre mia fonte di ispirazione (il nome di questo blog ne è l’esempio), e proverò a imitare la sua fortunata rubrica, Sex and the City, appunto. Carrie dalle colonne del New York Star analizza con le lettrici problemi di cuore, sesso e casini amorosi vari, facendosi più domande di quante risposte in realtà riusca a dare e a darsi.
Ebbene eccomi qui ad analizzare come sorpavvivere alla fine di un amore, quando la fine non è una scelta propria. Così di acchito, mi viene da rispondere che non si può, che non è fisicamente e mentalmente possibile “guardare avanti”, “farsene una ragione”, “accettare quanto è accaduto”. Io dico no: non si può chiudere una ferita come si chiude la zip di una borsa, non basta cancellare qualche sms troppo doloroso da rileggere o staccare fotografie e bigliettini amorosi dalle pareti per star bene. Risollevarsi è difficile, e, si spera, non impossibile. Qualcuno dice che bisogna farsi aiutare, farsi sostenere dagli amici, dalla famiglia, oppure trovarsi subito degli interessi nuovi o riprendere in mano quelli vecchi. Ma come si fa, se l’unico interesse di chi ha il cuore affranto sarebbe quello di riparare i cocci del proprio amore andato in frantumi? Finita una storia bisogna superare almeno tre fasi: trauma, dolore e rabbia (da Glamour, giugno 2011) prima di ricominciare davvero a vivere. La fase del trauma è sicuramente la più dura, forse perchè la più vicina temporalmente all’abbandono. Il nostro cervello in questa fase rifiuta ciò che è accaduto, e come dargli torto se la rottura è stata improvvisa e, come in certi casi, nemmeno dovuta a problemi di coppia ma, magari, al malessere personale e indipendende di uno dei due? Nessuna colpa, ma stesso risultato: ci si trova soli. Anche realizzare questo, comunque, è difficile, dolorosissimo e, spesso, alienante. Chi ci vuole bene in questo caso dovrebbe capire dove mettersi e quanto pretendere da noi, senza chiedere di “reagire”, “uscire che fa bene”, ma soltanto facendo sapere di esserci. Questo serve. Uscire con gli amici è utile, invece, quando si raggiunge finalmente la “rabbia”. Ma raggiungere questa tappa non è un traguardo, quanto una rassegnazione legalizzata. Si prova talmente tanto dolore quanto la persona che ami si allontana da te, che ci si inizia a chiederte se non sarebbe stato meglio provare meno amore, se non sarebbe stato più facile crederci di meno, se non sarebbe stato giusto che non fosse mai iniziata, se tanto doveva andare così… ma in realtà, quello che ci si continua a ripetere, è che sarebbe stato meglio se non fosse mai finita.

Devo imparare a cantare
27 novembre 2010
foto: guardian.co.uk
Quando ci sono belle notizie, è giusto darle. E sicuramente, per i suoi fan, quella che anche Alessandra Amoroso (quella di “Amici”), dopo Valerio Scanu e Pierdavide Carone (pure loro di “Amici”), sbarcherà in libreria la prossima primavera con il primo romanzo, “Per me il futuro è sempre oggi”, è una bella notizia. Solo per loro, però. Sì perché, diciamocelo, non se ne può più di questa fabbrica di “talenti”. Arrivano ad Amici, o da qualsiasi altro reality o talent, rimangono in video svariate settimane, si creano un proprio fan club di sostenitori, cantano, ballano, recitano, piangono, si innamorano, pubblicano i dischi (tantissimi, manco sfornassero pagnotte), vengono ospitati nei programmi, commentano le cose altrui (lavori, vicende personali, qualsiasi cosa), finiscono sui giornali, fanno i concerti, vengono scelti come testimonial di linee di abbigliamento, diari, campagne di sensibilizzazione della qualunque, firmano autografi, inaugurano locali e fanno duetti, trii, quartetti e gruppi. Insomma, fanno TUTTO. Ma perché devono mettersi anche a scrivere? Alcuni di questi nonostante il talento canoro stentano l’italiano parlato (e non ditemi che è timidezza), boccheggiano di fronte ai più banali fatti di attualità, ignorano fondamentali nozioni di cultura generale, non parlano della propria vita privata (certo, c’hanno vent’anni cosa possono avere da narrare) perché, come ha dichiarato nel 2009 Alessandra Amoroso in un’intervista a Vanity Fair: “Io vivo in un mondo tutto mio (e non poteva rimanerci?, ndr), posso parlare solo di canzoni”, nonostante non sapesse chi fosse David Bowie. Quindi: cosa diavolo avrà mai da comunicare la Amoroso in un libro che sarà edito addirittura da Mondadori? Mi appello a tutti i lettori di vera narrativa, mettetevi una mano sulla coscienza e impeditevi, e impedite, che il successo di questa “opera” invogli altri a fare lo stesso. Per carità.
Anche oltreoceano comunque la situazione non migliora. Per farvi solo alcuni esempi di cantanti (che dovrebbero cantare, no?) che, ultimamente, hanno messo mano alla penna per regalarci autobiografie di cui non sentivamo l’esigenza alcuna: Ricky Martin – ok, sei gay, ma ci voleva addirittura un libro per dircelo? -, Justin Bieber e Rihanna, sono solo gli ultimi in ordine di tempo. E poi ci sono gli attori che scrivono, come Nicole Richie (che non si può nemmeno definire attrice), Tori Spelling, Jamie Lee Curtis e l’inglese Katie Price (chi?). Insomma scrivono proprio tutti. Anche io ho intenzione di scrivere un libro. A questo punto mi sa che, però, mi conviene prima imparare a cantare o a recitare se poi voglio anche venderlo!

La pigna di Nina
10 aprile 2010
Faccio una premessa: questo post non vuole prendere le difese di nessuno, ne tanto meno giudicare uno o l’altro degli artisti, o presunti tali, del panorama musicale italiano – non ne avrei le competenze e non ne ho voglia-. Commento solo una dichiarazione che mi ha lasciata perplessa e vi faccio partecipi del mio pensiero.
Maria Chiara Fraschetta (Chi???), in arte Nina Zilli (quindi ancora Chi???), cantante piacentina del 1983, venuta a conoscenza del pubblico italiano lo scorso anno con il brano 50 mila, cantato con Giuliano Palma, paragonata alla collega Giusy Ferreri la critica e ne prende sdegnata le distanze dalle pagine di Tv Sorrisi e Canzoni: ”Calma, non offendiamo. Io non spunto così da un talent show, ma da dieci anni di gavetta nei festival beat e soul”, ha dichiarato la Zilli, che ha poi continuato in merito alla critica rivolta al suo brano sanremese L’uomo che amava le donne molto simile al brano più famoso della Ferreri Non ti scordar mai di me, “La verità è che Non ti scordar mai di me, che hanno scritto per Giusy, a me sembra la copia di Back to black di Amy Winehouse”.
Ora, senza voler dare a Giusy meriti eccessivi – o toglierli a tal Nina – io, e quindi nessuno può convincermi del contrario, ho sentito con le mie funzionantissime orecchie dei brani cantati da Giusy all’età di 16 anni, prima che diventasse Giusy Ferreri di X Factor, che non hanno nulla da invidiare a quelli che canta oggi. Stessa voce, stesso timbro, stessa novità musicale. E Amy Winehouse, sinceramente, nel 1996 ancora non la conoscevamo. Giusy non è esattamente spuntata dal nulla visto che canta da 15 anni e lo ha pure fatto con delle band (vedi post precente a questo) che io conosco bene. La Zilli, prima di parlare, non potessa almeno farsi un giro su Wikipedia?
Fa un po’ ridere che una giovane donna, perchè ammettiamolo Nina Zilli ha 27 anni, non 52, faccia pesare in una delle sue prime interviste da “famosa”, termine abusato in casi come questo, tutto questo suo presunto talento e prenda così marcatamente le distanze da una collega che, credo, non le può aver fatto nulla di così grave da meritare smaccatamente sdegno e repulsione.
A Nina Zilli non piacciono i talent show e i cantanti che da questi escono come Giusy Ferreri? I giornalisti hanno osato paragonare la grande Nina Zilli (Chi???) a Giusy Ferreri? E allora? Un bel chissenefrega no, cara Nina?
Puoi non esser d’accordo sul paragone, ma fidati che noi tutti giornalisti, e pubblico soprattutto, non vediamo l’ora di sentire qualcosa di nuovo che non ricordi nulla e nussun altro. Peccato che le tue canzoni, seppur belle e cantate molto bene (per quanto ne capisca io), ricordano moltissimo grandi successi degli Anni 60 e si ricordano molto una con quell’altra fra loro.
Noi, però, non te ne facciamo una colpa (al massimo ti ignoriamo se non ci piaci) e ti vogliamo bene lo stesso. Anche se non somigli a Giusy Ferreri.

Rivelazioni di un certo livello
29 marzo 2010
Lo teneva segreto da tempo, ma ora sappiamo (grazie a sua madre che l’ha raccontato a Star Tv) chi è stato il fidanzato misterioso di Aura Rolenzetti, una dei nip dell’Isola dei Famosi. A 16 anni Aura stava con Valentino Rossi, ma, vista la giovane età (e il fatto che il buon Valentino poteva esser ingabbiato), non hanno mai reso pubblico il loro amore, dolcissimo e profondo (sempre secondo la madre di lei). La domanda è: ma dopo 5 anni un bel chi se ne frega, no?

She Never will be
24 marzo 2010
Buongiorno lettori vecchi e nuovi. Questa mattina mi sento ispirata. Ma non per scrivere un nuovo, consueto, post. Oggi mi sento un po’ dj e vorrei fare un gioco. Al posto che scrivervi come sto, quello che mi passa per la testa, vi suggerisco quattro canzoni, ognuna con un suo preciso significato o dedica nei confronti di qualcuno:
She’s not me – Madonna
Mi ronza in testa da quando mi sono alzata e mi calza a pennello oggi.
She’s not me
I know I can do it better…
‘Til Kingdome come – Coldplay
Sottovalutata canzone di una band eccezionale. Testo meraviglioso, lo faccio mio
Let me in… unlock the door
I never felt this way before
Una giornata uggiosa – Lucio Battisti
Dedicata ai miei compagni di master, a quasi un anno dalla fine della nostra avventura. Ricordare Pietro a Perugia che canta questa canzone e insulta la mamma del bagnino, non ha prezzo!
Murder on a dance floor – Sophie Ellis Bextor
Sperando di non far la stessa fine…
I’ll blow you all away, hey
It’s murder on the dancefloor

Lezione d’italiano
21 marzo 2010
Oggi pomeriggio ho imparato che:
Se sei ignorante, maleducato, mal vestito, maschilista, arrogante, rissoso, infantile, falso, ipocrita, antipatico e fai uso di droghe (chiamate “stress” quando sbiascichi e ti accasci in diretta nazionale) piaci moltissimo alla gente, riesci ad avere un nutrito fan club, vieni televotato, vinci il reality show per eccellenza, guadagni 250 mila euro e diventi famoso. Ma così famoso che la domenica pomeriggio di Canale 5 è quasi tutta dedicata a te: un canale nazionale visto da milioni di persone ti da la possibilità di parlare (o almeno fare qualcosa di simile, visto che per lo più bofonchi o fai versi), di fare il buffone, prendere in giro la gente, dimostrare il tuo minuscolo valore come personaggio, ma sopratutto, come persona.
Caspita… ho sbagliato proprio tutto nella vita… avrei dovuto fare il sicario.




